Francia, Anno del Signore 1189 Da generazioni il 16 maggio era giorno di festa al castello di Chaudrey. Il barone, signore del castello, si riuniva con la famiglia, i vassalli, gli scudieri, i soldati della propria scorta e i servi nella corte esterna dell’antico maniero e assisteva con loro alla messa. Il banchetto che ne seguiva era allietato da musici e giullari e la festa perdurava fino a sera inoltrata. Invece, in quel giorno che ricordava l’ascensione del Signore, ancor prima dell’alba, la corte esterna del castello brulicava di soldati intenti nella vestizione. Essi preparavano oltre al proprio equipaggiamento, anche il bagaglio che avrebbero condotto con sé seguendo il proprio signore nella terza crociata. Come aveva fatto esattamente cinque giorni prima, l’imperatore Federico Barbarossa, rispondendo alla chiamata di Papa Clemente III. Robert, quinto barone di Chaudrey, attendeva nella propria stanza che gli scudieri lo raggiungessero per aiutarlo nella vestizione. Aveva trascorso la notte in preghiera, insieme ai propri uomini e Beatrice, la sua unica figlia. La fede lo spingeva verso quell’impresa che i suoi avi prima di lui avevano affrontato. Allo stesso modo era sempre quella fede, la sola che lo aiutava in questo momento a convincere il proprio cuore a lasciare la sua unica creatura sola. Pregava che il destino gli riservasse oltre all’onore in battaglia, la certezza di tornare a casa. “Padre, mi avete fatto chiamare?”. Il volto dolcissimo che ricordava al barone quello della moglie in cielo, lo spinse come sempre al sorriso. “Vieni, ma petite, siedi. Ho qualcosa d’importante da dirti”. Gli occhi blu di Beatrice si fissarono per un breve attimo, ansiosi e incerti in quelli identici del padre. Il pensiero di vederlo partire la rattristava come nessuna cosa al mondo aveva mai fatto prima di allora. Annuì, sedendosi di fronte a lui. Sapeva che doveva essere forte. Era il primo insegnamento che gli era stato inculcato fin da bambina. “Secondo il desiderio di tua madre, per quindici anni sei stata educata per diventare una buona moglie” iniziò il conte. “Una buona moglie è umile verso i superiori, poi verso il marito, capace di conversare brillantemente con gli ospiti, di danzare, di suonare uno strumento e di cantare”. Robert congiunse le mani dietro la schiena. Teneva la testa alta e la sua fierezza di uomo e condottiero traspariva da tutta la sua persona. “Ma ti è stato insegnato molto di più. Hai imparato a leggere e a scrivere e a far di conto. Ti ho condotta con me a visitare le terre e le proprietà della famiglia Chaudrey. Ti è stato insegnato ad occuparti dell’amministrazione delle terre e la tua nutrice ti ha mostrato come si conduce il castello. Ho voluto io che fosse così. Tu, figlia mia, ne conosci il motivo?”. In quel momento la luce dell’alba si tinse dei primi raggi di sole, inondando la stanza di una tenue sfumatura di rosa. L’acciaio dell’ armatura in bella mostra dinanzi al camino, parve brillare di luce propria. Beatrice distolse lo sguardo, osservando la figura imponente e solida del genitore. I capelli castani leggermente spruzzati di grigio alle tempie, il volto ancora bello, la fronte solcata da qualche ruga. Se fosse stata un ragazzo, anche lei avrebbe indossato quell’armatura scintillante e sarebbe partita in guerra con suo padre. “Volevate che fossi all’altezza del nome dei miei avi che, come unica erede della famiglia Chaudrey, fossi in grado di mandare avanti il castello e le terre, in vostra assenza”. Robert sorrise benevolo dinanzi a quel luccichio fiero negli occhi della figlia. “Ma padre, voi mi perdonerete se in questo momento, tale compito mi pare d’un tratto così al di sopra delle mie possibilità”. Beatrice congiunse le mani in grembo. Non voleva piangere. Quel terribile groppo in gola sembrava impedirle di respirare. “Beatrice, sarai in grado di assolvere i tuoi doveri” la voce del padre si raddolcì mentre le accarezzava una guancia levigata. “Sarai forte e coraggiosa com’è giusto che sia una baronessa di Chaudrey. Sei mia figlia e riuscirai a trovare il coraggio per affrontare i giorni che verranno”. L’aiutò ad alzarsi. “I tuoi quindici anni possono sembrarti pochi, ma ci sono giovani donne della tua età che sono già sposate, qualcuna ha persino dei figli”. “Volete che prenda marito?” chiese trasalendo la giovinetta. Robert le posò mani gentili sulle spalle. “Voglio che il nostro nome sia legato ad una nobile famiglia, ma desidero altresì, che mia figlia sia matura abbastanza da scegliere l’uomo che diverrà suo sposo”. “Io non ho alcun’intenzione di sposarmi, padre mio! La mia vita è qui, a Chaudrey, con voi, la mia nutrice e la nostra gente. Non avrò bisogno di un marito!”. Le gote di Beatrice s’imporporarono di colpo tanta era la foga con cui aveva parlato. La risata scrosciante del genitore la stupì. Lo guardò mentre il suo caro volto era rischiarato dal sole nascente. “Sfido quell’uomo, chiunque egli sia, a tenerti testa fra qualche anno. Testarda come sei, tuo marito dovrà essere ancora più cocciuto di te!”. Suo malgrado Beatrice sorrise. Non comprendeva fino in fondo i ragionamenti del padre, ma di una cosa era convinta: mai nessuno l’avrebbe separata da lui o dalla propria dimora. “Col tempo comprenderai quello che ora ti ho detto. Ti dico solo, lascia che sia il tuo cuore a guidare ke tue azioni”. “Lo farò, padre”. Robert le accarezzò il volto con dita lievi. Il momento del distacco era imminente e lui sapeva che la lasciava in buone mani, che il suo piccolo e prezioso tesoro avrebbe combattuto le proprie battaglie con quel suo spirito fiero e orgoglioso. “Per ora, durante la mia assenza, ti chiedo di governare Chaudrey con saggezza e giustizia”. I suoi occhi la scrutarono con un misto d’affetto e decisione. “Che la nostra gente si senta protetta e al sicuro, che sappia che la mano che la governa è forte ma anche compassionevole. In questo modo ti guadagnerai il loro rispetto e la loro devozione”. Beatrice annuì con decisione. Fiera come un soldato si sforzò di non far trapelare la propria pena. Fece appello a tutta la sua volontà per non chiedergli di restare, di non partire, che al mondo aveva solo lui e che le sarebbe mancato terribilmente. “Tornate presto da questo viaggio, mio signore…Io resterò ad aspettarvi e farò del mio meglio per essere all’altezza dei vostri insegnamenti”. Si buttò contro l’ampio torace del padre e lo abbracciò forte. Robert strinse a sé la figlia. “Se Dio vorrà combatteremo nel Suo nome con onore e coraggio e ci concederà la vittoria e il ritorno a casa”. Capitolo 1 Francia, aprile 1191 “Il castello è ben sorvegliato, difficilmente riusciremo a coglierli di sorpresa”. Il capitano d’arme osservò il proprio signore in attesa di una sua risposta. “Capitano Piney, il vostro compito è di sorvegliare il castello di Chaudrey e di riferirmi dettagliatamente tutto ciò che avviene al suo interno”. Gli occhi neri di Gustave de Villehardouinne si assottigliarono come due lame. “Non vi ho chiesto opinioni in merito al mio piano d’attacco! Il vostro unico problema è obbedire ai miei ordini!“. Guy de Piney, strinse i denti. Abbassò il capo dinanzi al suo disappunto. “Perdonatemi, mio signore”. La figura robusta di Gustave si aggirò per il salone. Non si poteva certo dire che avesse un portamento fiero. Il suo atteggiamento assomigliava a quello di un grosso orso. Un orso che misura pesantemente la propria tana in attesa del momento propizio per uscire alla ricerca di una preda con cui sfamarsi. “Il mio uomo ha sentito dire che il capitano delle guardie di Chaudrey, Jacques Laxart verrà a farmi visita domani”. La sua mano enorme si chiuse attorno ad una coppa d’argento. “Vino, schiavo!” urlò battendo un pugno sul tavolo. “Con quali intenzioni, mio signore?” chiese d’impulso Guy. Il suo signore tracannò una generosa sorsata di vino. “Sembra che la piccola baronessa si sia accorta che qualcosa non va alle chiuse. Per avere diciassette anni è piuttosto sveglia, la figlia del mio caro amico Robert!”. Gustave si pulì la bocca col dorso della mano. Corteggiare quella cagna dagli occhi blu non aveva portato a nulla. Una giovane donna così bella, unica erede dei baroni Chaudrey era una preda ambita per chiunque. I pretendenti alla sua mano erano parecchi. Certo non ci sarebbe voluto molto prima che qualche giovane dall’aspetto piacevole riuscisse ad entrare nelle grazie di quella strega, rovinando ogni cosa. “I casi di malaria l’hanno messa in allarme. E’ stata un’ottima idea serrare le chiuse vicino alle terre degli Chaudrey. Uno dei miei uomini mi ha riferito che stamane ha visitato uno dei suoi contadini ammalati, Turold Trayeur. Il bifolco possiede delle terre proprio dove si sono formati gli acquitrini stagnanti”. “Comandate i vostri ordini, ed io li eseguirò”. Gustave emise un grugnito. Considerò per un attimo la straordinaria somiglianza del giovane capitano con la propria persona e per l’ennesima volta si disse che quel figlio bastardo era certo frutto del proprio seme. Per niente al mondo lo avrebbe riconosciuto come proprio. L’avventura di una notte con una servetta non meritava tanto disturbo. “Da tempo aspettavo l’occasione per mettere in atto i miei piani. Non credevo si sarebbe presentata tanto presto” prese posto dinanzi al fuoco dandogli le spalle. “La fortuna gioca finalmente a mio favore. Secondo le ultime notizie da Troyes, il barone Chaudrey è stato ferito gravemente in battaglia. Se come spero, morirà in quella stupida crociata, i suoi possedimenti verranno giustamente ripartiti tra noi vassalli rimasti in patria. Sto solo cercando di dare una mano al destino. Prenderò Chaudrey, prima che il re decida altrimenti. Quello sciocco di Filippo avrebbe addirittura il coraggio di lasciare il castello e tutte le sue terre a quella piccola sgualdrina”. “E cosa ne dirà il conte Brienne se dovesse tornare in patria?” azzardò Guy. Gustave lo fulminò con lo sguardo. “Etienne de Brienne morirà in battaglia sotto la sciabola dei nemici o per mano dell’uomo che ho assoldato perché mi liberi della sua sgradita presenza!”. Guy rabbrividì. Il suo signore era un uomo molto pericoloso. Era molto meglio stare dalla sua parte, perché non si poteva mai sapere quale rischio si correva avendolo come nemico. “Ragazzo mio, i tuoi occhi tradiscono paura, o sbaglio?”. Gustave rise bevendo un altro sorso di vino. “Ciò che vedete è il riflesso della paura dei vostri nemici, ed io certo non appartengo alla loro schiera” si difese pronto Guy raddrizzando le spalle. Quante volte aveva sentito pronunciare quella frase da colui che si faceva chiamare signore e che in realtà era suo padre? Non erano forse le stesse parole che lui gli aveva rivolto quando lo aveva visto bambino attaccato alla sottana della propria madre? Quella povera donna era morta sperando che un giorno Gustave avrebbe riconosciuto Guy come legittimo erede. Del resto era il sogno della figlia di un barone decaduto. L’unico appiglio di salvezza per risollevare le sorti di una dinastia ormai in rovina. E forse era quella la stessa speranza che rinsaldava e animava la propria fedeltà a quel padre che, ne era certo, un giorno o l’altro gli avrebbe lasciato il proprio titolo. “Bene, meglio così”. Gustave scolò l’ultimo sorso di vino. “Non riuscirei a sopportare di avere al mio servizio uomini capaci di provare un sentimento come la paura!”. Scagliò il bicchiere ormai vuoto nel fuoco. “La paura è nemica di colui che brama la vittoria. Essa ottenebra la mente e ci priva della forza, del coraggio, della volontà stessa di combattere. Guy de Piney, non dimenticarlo mai. Il giorno che leggerò paura nei tuoi occhi, quello, mio buon capitano, sarà il tuo ultimo giorno al castello di Villehardouinne. Sarà il giorno che avrai riportato l’onta della sconfitta al cospetto del tuo signore”. Guy serrò i pugni punto sul vivo. “Il giorno che non porterò a termine quanto da voi ordinato, sarà il giorno della mia morte, mio signore”. Gustave si compiacque al suono di quelle parole. “Ti spiegherò il mio piano. Nessun particolare dovrà essere lasciato al caso”. Si rilassò contro lo schienale della sedia. “Prenderete il castello e ucciderete Beatrice de Chaudrey. Domani sarà il giorno della mia vittoria!”. “La vostra promessa, mia signora, dovete mantenerla!”. Beatrice sorrise. “Non ti ho promesso di restare al castello, Mariette, il tuo cruccio è ingiustificato”. “Lo avete promesso al capitano Laxart!”. La sua nutrice batté un piede a terra ulteriormente indispettita. La sua figura bassa e grassoccia sobbalzò a quel movimento nervoso. “Mi allontano soltanto per qualche ora. Devo controllare come sta il povero Turold. Non posso aspettare che Jacques torni al castello, allora sarà già buio”. “Non potete uscire senza scorta. Gli uomini di guardia verranno con voi”. Beatrice indossò la cotta di maglia sopra la lunga tunica da uomo. “Gli uomini devono restare al loro posto. Il loro dovere è di difendere il castello” prese le manopole dalla cassapanca e l’elmo. “Con l’usbergo indosso sarò al sicuro”. “Bene, allora verrò con voi!”. “Tu odi cavalcare” le fece notare Beatrice mettendosi a tracolla la spada a una mano e mezza. “Questo non significa che vi lascerò…”. Un grido da una delle torri interruppe la loro conversazione. Lesta Beatrice si affacciò alla finestra della stanza di suo padre. Tre cavalieri con i colori di Chaudrey si avvicinavano alle porte del castello. Osservando meglio la fanciulla riconobbe in testa Jean, una delle nuove guardie al comando di Jacques. “Deve essere accaduto qualcosa di grave, dov’è Jacques?” si allarmò. Non appena i denti di ferro della saracinesca furono sollevati, come comparsi dal nulla, una truppa di uomini, armi in pugno, oltrepassarono il ponte levatoio urlando battaglia. Le guardie rimaste al castello, assolutamente impreparate ad un simile attacco a sorpresa, furono lente a reagire. Gli uomini e le donne disarmati che si trovavano nel cortile esterno furono letteralmente travolti dalla furia dei cavalli. Inutile fu l’incedere delle guardie armate di spada contro quel terribile assalto in blocco. Beatrice indossò l’elmo e fece per sfoderare la propria spada, ma Mariette la trattenne con la forza, sbarrandole il cammino. “Lasciami andare Mariette, devo difendere la mia gente!”. “Mai! Cosa sperate di fare, voi una fanciulla, senza nessuna esperienza nelle armi?”. “Devo battermi, non lo capisci?” la collera di Beatrice era quasi incontenibile. “Passerete sul mio cadavere, prima che vi lasci oltrepassare quella porta!”. Beatrice guardò Mariette negli occhi scuri e vi lesse una determinazione pari alla sua. Le urla disperate delle donne e i pianti dei bambini nel cortile di sotto fecero impallidire entrambe. “Chiunque sia colui che ci attacca, vuole il castello, ma vuole anche voi!”. La voce rauca di Jacques Laxart giunse loro da dietro. Si voltarono nell’attimo in cui il capitano usciva da un muro girevole nascosto dietro un arazzo. “Jacques!”. Beatrice fece un passo verso di lui. Lui alzò una mano perché non si avvicinasse. Il cavaliere reggeva nella destra la propria spada insanguinata. “Dovete fuggire, non c’è tempo da perdere!”. Nel volto pallidissimo spiccava un livido violaceo e un lungo taglio su uno zigomo. “Che cosa vi è successo?”. “Ve lo spiegherò più tardi” le fece cenno di precederlo sollevando l’arazzo. “Più avanti troverete una torcia. Una volta fuori proseguite ad est fino alla fine del bosco. Ci sarà ad attendervi un carro. Sono amici fidati che vi condurranno in un luogo sicuro”. “La nostra gente, Jacques, che ne sarà di loro?” chiese costernata, tentando di dominare le proprie emozioni. Le urla di sotto le laceravano il petto come se fosse lei ad essere colpita. Come poteva stare lì a discutere, quando degli innocenti morivano? “Sopravviveranno se non saranno così sciocchi da credere di poter vincere un attacco così ben pianificato”. Dalle scale giungevano le voci concitate, ormai troppo vicine, degli assalitori. “Non servirebbe a nulla il vostro sacrificio. Per oggi dobbiamo dichiararci sconfitti”. Jacques le posò una mano sulla spalla. “Vi prego, mia signora, permettetemi di adempiere al mio dovere di difendervi come ho promesso a vostro padre!”. Beatrice non rispose. I propri occhi corsero alla finestra aperta. Un tonfo sordo alla porta la fece sobbalzare. “Vi supplico, mia signora, bambina cara, fate come dice Jacques!”. La sua mente era invasa da mille interrogativi, mentre il sangue le pulsava nelle vene come impazzito. La tempesta di rabbia e paura che aveva invaso il suo petto sembrava volerla travolgere. Se solo suo padre fosse stato lì con lei! Quel pensiero unito all’immagine del volto di Robert de Chaudrey ben impresso nella mente, la colpirono come un fulmine. “E sia, capitano”. Lasciò che la nutrice la sospingesse all’interno del passaggio segreto. Con una forza interiore di cui non si credeva capace, Beatrice avanzò tentoni nel buio del lungo corridoio seguita da una Mariette taciturna e terribilmente spaventata. Dopo un breve tratto la luce di una torcia agevolò il loro cammino. Giunsero all’esterno, nascoste dal folto di un campo di erba medicinale e Beatrice si voltò di colpo verso il castello. “Cosa succede?” Mariette si portò una mano al petto, ansante. “Dobbiamo aspettare Jacques. Non me ne andrò senza di lui”. “Mia signora, il capitano se potrà ci raggiungerà più tardi. Per amor del cielo, proseguiamo come lui ha detto, questo mio povero cuore non si placherà, finché non vi saprà al sicuro!”. La fanciulla osservò il volto cinereo della sua cara nutrice e ne ebbe compassione. Chi poteva aver ordito un piano così sordido e terribile contro di lei e contro la sua gente? Perché tanta malvagità? Oh, se solo quelle urla terribili non le risuonassero ancora nelle orecchie! “Ti prego Signore, salva la mia gente, ci sono donne e bambini e uomini innocenti che non meritano di morire!”. “Andiamo, Mariette” si decise infine sostenendo per un braccio la donna, il cuore pesante come un macigno. “Coraggio, coraggio, dammi coraggio!”. Correndo a tratti, giunsero al bosco e lo attraversarono nella direzione indicata da Laxart. Scorsero in lontananza un carro trainato da un mulo e si avvicinarono caute. Due figure sedevano a cassetta paludate in due ampi mantelli scuri. “Finalmente, mia signora, temevamo vi avessero preso!”. “Turold, ma dovresti essere a letto!” esclamò Beatrice sgranando gli occhi. “Grazie alle vostre cure sto molto meglio, non temete”. La moglie seduta accanto a lui sorrise porgendo loro due mantelli. “Forza, salite, ora siete al sicuro!”. “Cara Jeanne, state rischiando la vita per me”. Quanta gente doveva sacrificarsi per permettere a lei di vivere? Il pensiero di Jacques rimasto ferito al castello le procurò una fitta al cuore. L’aveva lasciato da solo in balia di uomini assetati di sangue! Suo padre non si sarebbe mosso da quella stanza. A mani nude avrebbe combattuto fino allo strenuo delle forze. Fino ad esalare l’ultimo respiro. “Mia signora, voi avreste fatto lo stesso. E vi devo la vita di mio marito. E’ un onore poterci sdebitare in qualche modo, credeteci”. “Non lo dimenticherò mai” annuì lei commossa. Aiutò Mariette a nascondersi sotto la paglia del carro e tornò a rivolgersi a Turold. “Portate Mariette in salvo, tengo a lei come ad una seconda madre”. Diede un colpo secco alla groppa del mulo “Grazie”. Il carro si mosse all’improvviso e lei si voltò correndo il più velocemente possibile alla volta del castello. Di lì a poco fu raggiunta da un Turold trafelato. “Torna indietro, Turold, è un ordine!” gli gridò minacciosa sfoderando la spada. “Non vi fermerò mia signora, verrò con voi” deglutì lui. Il suo volto tirato era pallido, ma gli occhi avevano una luce decisa. “Non ho tempo per discutere con te. Se è quello che vuoi, andiamo!”. Beatrice de Chaudrey non poteva fuggire come una donna qualunque dinanzi al pericolo. Lei era la signora di quelle terre e se era nata per difenderle lo avrebbe fatto. Fino alla morte. ”Ogni cosa tornerà al proprio posto. Fede e coraggio, ma petite”. Quante volte aveva sentito quelle parole pronunciate dal proprio genitore? Ma il proprio cuore le diceva che niente da quel giorno in poi sarebbe più stato lo stesso.