Dai suoi Santi l’Altissimo chiede prece, umiltà e fede; ai suoi figli Lucifero ogni più cara libertà concede. (Olindo Guerrini – Poesie) Roma Sotto la tonaca i preti portano scarpe nere, e calzini scuri di filo che arrivano fino sotto al ginocchio. Soprattutto d’inverno è cosa buona che siano così lunghi, perché l’aria fredda galleggia in basso rispetto a quella più tiepida, e strisciando sul marmo gelido delle navate, degli altari e delle sacrestie, si infila tra il pavimento e l’orlo della veste, e sale su… A Maurizio non riesce ancora naturale sentirsi chiamare Don Maurizio. Né da parte dei suoi parrocchiani, né dalle suore del convento delle Clarisse, dove dice messa ogni mercoledì, e nemmeno da se stesso. Cammina svelto, attraversando in fretta una Piazza S. Pietro sferzata da una tramontana più tagliente che mai. “ Li vedi? I colonnati che partendo dalla basilica si chiudono su Piazza Leonina rappresentano le braccia della Chiesa, aperte nel primo caloroso saluto col quale la Santa Madre accoglie e stringe a sé i pellegrini che vengono a visitarla da ogni parte del mondo. “ gli ha detto un giorno Padre Corrado (lui sì Don) la guida spirituale che tanta parte ha avuto nella nascita della sua vocazione. E, assecondando la vocazione, a quell’abbraccio Maurizio si è lasciato andare, sentendosene protetto e gratificato per la maggior parte del tempo, ma qualche volta (“Dio mi perdoni!”)anche inspiegabilmente oppresso. Stringe il manico di una borsa di pelle tra le dita della mano destra, una di quelle vecchie borse che portavano in giro i medici condotti dei bei tempi andati. Ce n’è stato uno così, una figura che emerge dalla cortina nebbiosa dei primi anni dell’infanzia, il dottore che curava suo padre naturale, Maurizio anche lui. Anche questa sua borsa tintinna come l’altra del dottore di allora, ma al suo interno non ci sono medicine, ma un aspersorio, l’acqua e l’olio benedetti, e una stola viola. Il necessaire completo per svolgere quel pio, triste Sacramento conosciuto come Estrema Unzione. C’è un uomo che lo aspetta nella casa in cima alla scalinata che dà su Largo Alicorni. E mentre lo aspetta sta morendo. Perciò Maurizio accelera ancora il passo, è abbastanza giovane da permettersi di farlo, naturalmente, abbastanza anche da non preoccuparsi che qualcuno veda un prete correre come potrebbe farlo un qualsiasi studente in ritardo all’ appuntamento con la morosa. C’è una mensa della Caritas, proprio accanto alla palazzina in cui sta entrando il giovane sacerdote, e l’odore che ristagna nell’aria è quello inconfondibile della minestra per i poveri. Ha un odore particolare il cibo della carità. Maurizio, in fondo al cuore, ha sempre creduto che sia la manifestazione di un’aristocrazia rovesciata: il cibo dei derelitti è loro e loro soltanto, quindi, per forza di cose, deve risultare sgradevole al delicato olfatto dei ricchi. - È disgustoso, è immangiabile e indigesto, ma è il nostro cibo. - sembra che dicano, succhiando minestra con le gengive nude. Solo che ora non c’è tempo di pensare a certe cose. Una donna avvolta in uno scialle nero gli fa cenno di entrare. - Ha voluto che chiamassi proprio Lei, Padre, anche se questa non è la sua parrocchia. Dice che non morirà finché non Le avrà parlato. - Il viso è talmente intarsiato di rughe che è quasi impossibile soltanto immaginare come potessero apparire i lineamenti di quella ragazza che pure deve essere stata una volta.. “ Magari era persino bella. “ prova a immaginare Maurizio, ma intanto si ritrova già nella stanza da letto odorosa di medicine e di morte dell’uomo per il quale ha salito le scale di pietra vecchie di secoli. Assai più vecchio ancora dell’altra vecchia che lo ha fatto entrare in casa, appeso alla vita attraverso una flebo e un cannello di plastica bianca che gli si insinua nel naso. Maurizio non lo conosce, non capisce come può essere arrivato a lui proprio nella più estrema delle situazioni. Un fischio penoso accompagna ognuno dei respiri del malato, un rantolo che ogni volta sembra essere l’ultimo. - Ti benedico. - mormora Maurizio, ricordando la prima volta (le altre possono contarsi sulle dita delle mani) in cui ha officiato lo stesso Sacramento: cioè con suo padre, poco più di un anno fa. Con quello che ha sempre creduto e voluto credere suo padre. - Perdonatemi, perché ho peccato. - sibila il vecchio. Le parole sono quelle che si potevano ragionevolmente aspettare, ma c’è (un ghigno) una contrazione del volto che le distorce, rendendole grottesche e improbabili, l’effetto che può fare uno specchio concavo nei confronti di un’immagine riflessa. Maurizio è stupito che, nelle condizioni in cui si trova, quell’uomo sia riuscito a pronunciare anche quella brevissima frase. Apre la borsa, gli unge la fronte, le labbra e il petto, comincia a recitare la triste orazione dei moribondi. - Aspetta, Padre. - riesce ancora a sillabare il malato. Le chiazze viola che gli macchiano le guance sembrano accendersi ancora di più in contrasto col pallore spettrale del volto. Ancora quell’appellativo, “padre”. È così impegnativo, così difficile sentirselo piovere addosso. - Non ti sforzare a parlare, segui la mia preghiera in silenzio. - risponde Maurizio, e con la coda dell’occhio vede la donna che gli ha aperto la porta tirarsi in disparte, abbandonare in silenzio la stanza per lasciarli soli. - Non ho intenzione di pregare con te. - gorgoglia ancora il vecchio. Gocce di saliva zampillano dal basso bagnando la stola, e Maurizio si sente stringere l’avambraccio da una mano scheletrica, fragile al punto tale che potrebbe frantumarsi in mille pezzi da un momento all’altro, ma così incredibilmente forte nell’impeto disperato dell’agonia. - Devo dirti …devo dirti … - È una scelta difficile, stabilire in una manciata di secondi se quel malato, quell’uomo, necessiti con maggiore urgenza di un’assoluzione, oppure di qualcuno che gli presti ascolto, che gli faccia compagnia nel momento supremo. Una decisione che Maurizio prende subito, chinandosi col viso a pochi centimetri da quel volto devastato dagli spasimi dell’agonia. - Fai in modo che la Porta resti chiusa. - Si vede chiaramente che lo sforzo per parlare è tremendo. Una parola vuole dire per il moribondo rinunciare a un respiro. Un’altra parola, bruciare due battiti del cuore. E non ne restano molti. Così sottile il confine che separa l’uomo disteso nel letto dal Grande Passo, così caparbia la volontà di trasmettere l’ultimo messaggio. Maurizio si volta, in effetti la porta è chiusa, deve essersene occupata la vecchia, quando è uscita dalla camera. “ Cosa gli fa pensare che io abbia intenzione di aprirla? “ si chiede, cadendo nell’equivoco, e attribuendo il tutto, come prima reazione, al delirio dell’agonia. Ignorando per qualche istante l’intuizione che le cose non stiano affatto così. Un violento attacco di convulsioni, che per un attimo Maurizio giudica quello fatale, scuote crudelmente il capo e le membra del moribondo, e i fragili capelli bianchi, sottili quanto quelli di un neonato, spolverano il cuscino a destra e a sinistra. Non è ancora la fine, però. Chissà come molecole di ossigeno riescono ancora a incanalarsi nei polmoni ormai collassati, parole evaporano talmente adagio, talmente confuse nel liquido gorgoglio dell’agonia, che Maurizio non riesce a intenderne il significato. Così è costretto ad avvicinare ancora di più l’orecchio a quelle labbra esangui, a respirare un alito che puzza già di decomposizione. - Quale porta? - chiede, e sarebbe in seria difficoltà davvero a rispondere, se qualcuno adesso gli chiedesse se si tratta di una domanda suggerita dalla carità, o dalla perennemente curiosa attitudine di un giovane uomo assetato di conoscenza. - Quale? – ripete, quasi gridando, perché si è accorto che il vecchio si sta velocemente spegnendo. - La porta oscura. Tu, e tu soltanto, sei ora la chiave che potrà riaprirla, o tenerla serrata per sempre. Perché … - Poco più di gemiti, soffocati e soffocanti. - … perché sei tu il predestinato, Maurizio. - “ Ma come fai a conoscere il mio nome? “ chiederebbe il prete, se solo ce ne fosse il tempo. Ma adesso non ce n’è più davvero. - Spiegati meglio, non ti capisco. - domanda invece. La stretta sul braccio si fa ancora più convulsa. “ La morte lo sta tirando per i piedi. “ non può fare a meno di pensare Maurizio. “ E lui si aggrappa a me per resisterle. “ Non s’è reso conto fino a questo momento di quanto siano lunghe le unghie del vecchio. Può farlo ora, quando le sente incidergli la pelle, superando la difesa costituita dalla manica della tonaca e da quella della camicia che porta sotto. Poi l’ultimo respiro del malato è interrotto a metà, come l’azione di una partita di basket al fischio finale della sirena. Nelle pupille chiare rimaste spalancate Maurizio legge dolore e paura, e non gli è per niente facile stabilire in quale ordine e in quali proporzioni. Chiuderle con un rapido passaggio delle dita per il giovane sacerdote è una impellente necessità personale, prima ancora che un atto di carità cristiana. Quando si volta con l’aspersorio in mano si ritrova di nuovo di fronte la donna con lo scialle nero e la maschera di rughe. Lo guarda in faccia tranquilla, rilassata quasi, con quegli occhi annegati in pozze opache di liquido lacrimale. - Per favore, adesso non faccia economia d’acqua benedetta, Padre. - dice semplicemente, lasciandolo di sasso. ?? ?? ?? ?? 2