“Avere in comune con i predatori l’istinto per la caccia non significa essere come loro. Una belva uccide per fame o per necessità, ma la morte è qualcosa di molto diverso. La morte può essere bella. E’ una cerimonia sacra e richiede rispetto. Cautela, certo, ma soprattutto rispetto.” Il Cantastorie. Ouverture. Archi, flauto traverso, violino. Adagio. L’inverno era stupendo. Un susseguirsi di rime baciate scritte con l’inchiostro nero della sera. Non voleva disturbare il ritmo perfetto di quella poesia: camminò senza fretta attraverso la piazza. Sapeva dove andare e perché. Si mosse con elegante leggerezza. Quella era la sua città e ne stava prendendo possesso. 1 Dal suo nascondiglio, nell’androne dell’antico palazzo, osservò la vetrina del negozio. Le luminarie giocavano con colori incandescenti nei toni del rosso e del verde. Nell’alternarsi di buio e luce, disegnavano un’improbabile edera avvinghiata alla parete. Tutto era irreale, attutito dal silenzio magico della nebbia, che si levava in rivoli sottili dai marciapiedi. Poco lontano, sulla sinistra, la mole inconfondibile del teatro neoclassico si protendeva nel cuore pulsante della sera. Sullo sfondo caliginoso, il campanile ottagonale della basilica s’innalzava al cielo, cercando invano le stelle oltre l’impenetrabile cortina di nubi. Era rassicurante, in un certo qual modo. Un muto testimone del tempo e dell’eternità. Un punto fisso in quell’armonia nascosta che solo le anime sensibili, come la sua, sapevano cogliere. Uccidere era un’arte, una musica sublime. Ogni melodia aveva un colore particolare. Intonò a bocca chiusa un’aria di Verdi ed inspirò a fondo. Controllò che dal lato del Corso non arrivasse nessuno. C’era movimento oltre le fioriere che delimitavano l’intersezione tra le due strade, ma la vita restava al margine, racchiusa nell’alveo ideale del fiume di gente che, malgrado l’ora, affollava la via principale. La donna non era ancora uscita, ma ormai non mancava molto alla chiusura. Era solo questione di tempo, di pochi minuti che rendevano l’attesa ancor più piacevole. L’immaginazione sapeva correre in fretta e, spesso, risultava più gratificante della realtà. Inseguendo strane fantasie sorrise. Finalmente la porta si aprì. La signora impellicciata s’incamminò soddisfatta verso la sontuosa cena della Vigilia. Sembrava eccitata: probabilmente era contenta dell’acquisto. Il ticchettio dei passi sul selciato si spense rapidamente scandendo i secondi che ancora mancavano al momento supremo: quello, impagabile, in cui avrebbe letto il terrore negli occhi della sua vittima. Soppesò la borsa di cuoio che reggeva nella destra ed attraversò la strada. Alessia sospirò di sollievo: finalmente quella rompiscatole se n’era andata. La donna, moglie di uno stimato professionista, le aveva fatto perdere più di un’ora. S’era fatta mostrare praticamente tutti gli articoli del negozio e, alla fine, aveva comprato un centrotavola in peltro da quindici euro, uno dei pezzi più economici tra quelli esposti. E sì che i soldi non dovevano mancarle. Le signore della cosiddetta società bene erano una maledizione del cielo: molto fumo e poco arrosto. Alla maggior parte di loro importava più della borsa griffata della boutique che del suo contenuto. Certo, la contessa non la pensava allo stesso modo: per la padrona, la cliente era sacra. Ad Alessia sarebbe piaciuto dirle in faccia ciò che pensava di lei e della sua clientela elitaria, ma non poteva permettersi di perdere il lavoro da commessa, anche se lo odiava con tutte le sue forze. Madame Esmeralda, come la contessa amava farsi chiamare in via confidenziale (per non far pesare, diceva, il titolo nobiliare), era una donna dura e fredda, che conosceva infiniti modi per umiliarla. Anche costringerla a rimanere in negozio fino a tarda sera, la vigilia di Natale, era stata una carognata. Alessia era convinta che lo avesse fatto apposta, solo per esercitare il potere che sapeva di avere su di lei. Non sarebbero stati certo quei pochi euro incassati dopo le sei di pomeriggio a fare la differenza. Non per una come madame, che teneva aperto il negozio più per sfizio che per necessità. Si rassegnò pazientemente a rimettere in ordine gli scaffali. Cominciò dal servizio in porcellana di Baviera, riponendo al centro, in modo che risaltasse su tutto il resto, la grande insalatiera dalle bordature dorate. Il suono dei campanelli appesi alla porta la gettò nello sconforto. Possibile, imprecò tra sé e sé, che la gente debba per forza aspettare l’ultimo momento per scegliere i regali?Anch’io ho una vita da vivere, Cristo! Si girò di scatto senza preoccuparsi di nascondere la rabbia che aveva dentro, decisa a fulminare il potenziale cliente con un’occhiataccia. La prima cosa che notò furono gli occhiali scuri, assolutamente fuori luogo a quell’ora e con quella nebbia. Vide quindi la strana ed ingombrante borsa di cuoio, da medico condotto, con l’impugnatura d’ottone annerita dagli anni. Alessia non s’intendeva d’antichità, ma era certa che fosse vecchia di almeno un secolo. Improvvisamente sentì freddo ed ebbe paura. Non sapeva perché, non c’era una ragione logica. Si rese conto, però, che ogni traccia di rabbia era sparita. “In che posso esserle utile?” chiese ravviandosi una ciocca di capelli castani che le era scivolata sulla fronte. La replica suonò secca. Il timbro di voce neutro, vagamente metallico, venne amplificato dal silenzio. “La contessa non c’è?” Alessia rimase disorientata per qualche istante. Inconsapevolmente aumentò il ritmo del proprio respiro. “Madame Esmeralda è partita stamani per Cortina” rispose. “Mi occupo io del negozio.” “Peccato. Temo che dovrò rubarle un po’ di tempo, allora. A meno che lei non sia così brava da ritrovare quel vassoio in Sheffield che la contessa mi ha mostrato ieri. Era piuttosto elaborato, con decorazioni in stile floreale…” La ragazza comprese all’istante quale fosse il pezzo in questione. Sapeva perfettamente dove cercarlo. Forse, pensò, se la sarebbe cavata in pochi minuti. Era la prima volta, quel giorno, che la fortuna le sorrideva. “Lasci fare a me” disse girando attorno al banco e dirigendosi verso una credenza di mogano addossata alla parete. Si chinò per aprire una delle due ante e rovistò tra i ripiani. Il vassoio era sul fondo, ed Alessia fu costretta ad inginocchiarsi per raggiungerlo. Sentì, alle proprie spalle, un rumore metallico: probabilmente il meccanismo d’apertura della borsa. Avvertì, ai margini della coscienza, un fruscio leggero. Un movimento estremamente rapido. L’odore le punse le narici prima ancora che la pezzuola le impedisse di respirare. Spalancò la bocca annaspando alla ricerca di aria, ma gli effluvi di etere le finirono in gola facendola tossire violentemente. La mano le artigliò la faccia con violenza. Era una mano forte, infilata in un guanto di pelle morbida. Fu l’ultima cosa di cui Alessia si rese conto prima di perdere i sensi. Smorzò le luci delle plafoniere una ad una, senza fretta. Appese il cartello con la scritta “Chiuso” alla maniglia e girò la chiave nella toppa. Guardò fuori, nell’assoluto deserto dei vicoli del centro, e provò un’incontenibile euforia. Tornò nel punto in cui aveva lasciato il corpo della ragazza e lo afferrò saldamente sotto le ascelle. Provò a spostarlo saggiandone il peso e constatò, con piacere, che l’impresa non sarebbe stata particolarmente difficile. Trascinò Alessia nel retrobottega dove, come aveva avuto modo di vedere il giorno precedente, c’era tutto il necessario per quel che intendeva fare. Tirò il pesante tendone di broccato che schermava lo stanzino da sguardi indiscreti ed abbassò la leva dell’interruttore. Da una lampadina a bulbo s’irradiò un fiotto di luce gialla. Liberò il tavolo di marmo dalle cianfrusaglie che l’ingombravano e preparò, su una mensola, le corde che sarebbero servite in seguito per legare la ragazza. Estrasse un bisturi dalla valigetta di cuoio ed ammirò i riflessi ipnotici della lama. La tentazione di affondarla nella carne fu forte, ma non era il momento e non era quella la morte che aveva scelto per la sua vittima. Usò il bisturi per lacerare i vestiti della commessa, con delicatezza e precisione quasi chirurgiche. Quando Alessia fu completamente nuda, la issò sul tavolo e la sistemò a gambe e braccia divaricate, in una posizione che ricordava una “X”. Con scrupolosa efficienza, adoperò le corde per immobilizzare polsi e caviglie, quindi controllò il risultato del suo lavoro: tutto sembrò assolutamente perfetto. Tornò a rovistare nella borsa alla ricerca dello strumento che aveva realizzato con tanta cura, nella penombra di una cantina, seguendo le istruzioni trovate su un sito internet per amanti del sesso bizzarro. Si trattava di una palla di gomma alla quale mancava un’intera sezione cilindrica. Attraverso il foro così creato, aveva inserito il becco di un imbuto. Era un marchingegno davvero ingegnoso: una volta infilato a forza nella bocca della vittima, la gomma ne impediva l’espulsione, accidentale o voluta che fosse. Inoltre la pressione della sfera costringeva a tenere le mascelle innaturalmente aperte, aggiungendo altra sofferenza a quella causata dal vero e proprio supplizio, inflitto dall’imbuto. Contò mentalmente fino a dieci per placare l’eccitazione provocata dall’idea della tortura. Serrò con due dita il naso della ragazza, la quale, ancora incosciente, spalancò istintivamente la bocca per respirare. Calcò la gomma con il pollice seguendo il contorno della pallina. Alessia reagì con un gemito soffocato, segno che l’effetto dell’etere stava cominciando a svanire. Era giunto il momento di risvegliarla del tutto. Cercò febbrilmente la fialetta dei sali e svitò il tappo che, per l’eccessiva foga, cadde e rotolò sul pavimento. Si chinò a raccoglierlo: non era nel suo stile lasciare tracce così evidenti. L’odore aspro e nauseante dell’ammoniaca strappò Alessia dal limbo grigio entro il quale era sprofondata. Il suo primo impulso fu quello di gridare, ma qualcosa le premeva contro il palato impedendole di parlare e di emettere il minimo suono. Il marmo, a contatto con la pelle nuda, era insopportabilmente gelido. Mugolò di terrore roteando gli occhi a destra e a sinistra. Sentì scorrere l’acqua nel lavabo, dietro di lei, ma non riuscì a capire. La capiente brocca di metallo sembrò materializzarsi dal nulla. Comprese cosa l’aspettava quando si rese conto dell’imbuto. Provò a girare la testa di lato, ma una mano d’acciaio le premette la fronte costringendola a rimanere ferma. La solita voce senza emozioni coprì il gorgoglio dell’acqua. “Il dolore purifica, piccola mia. Cancella il peccato. La sofferenza è l’unica via per la salvezza!” La ragazza cercò inutilmente di divincolarsi mentre il liquido le scendeva in gola. Le robuste corde di canapa sfregarono contro la pelle incidendole la carne in profondità. Tossì in preda al panico. Credette che l’acqua l’avrebbe soffocata in pochi secondi, ma non fu così. Del resto, non era quello il fine della tortura. La gola le doleva, la sensazione di soffocamento era forte, tuttavia comprese ben presto che, non opponendo resistenza e restando immobile, poteva evitare che il liquido le finisse nei polmoni. Adesso, il gonfiore al ventre cominciava ad essere fastidioso. Sapeva che la capacità della brocca era di cinque litri. L’aveva riconosciuta: era quella che madame usava per innaffiare le piante che abbellivano la vetrina. Quanto può contenere uno stomaco umano? Si chiese con orrore. Era tutto assurdo. Completamente assurdo. Che male aveva fatto per meritare un simile supplizio? La brocca era ormai vuota. Sperò che fosse tutto finito. Lo scrosciare dell’acqua del rubinetto la disilluse rapidamente. Aveva i capelli madidi di sudore. Le pupille di Alessia si dilatarono per il terrore allorquando il beccuccio di metallo si avvicinò nuovamente all’imbuto. La ragazza vide le proprie iridi riflesse sulla superficie argentea della brocca. Erano verdi, si sorprese a pensare cogliendo l’assurda ironia di quella rivelazione, proprio come le acque profonde di un lago glaciale. Il tempo scivolò via con esasperante lentezza. L’addome della giovane divenne un otre rigonfio che lanciava fitte di insopportabile dolore. Era come se il corpo volesse esploderle da un momento all’altro. La sofferenza aumentava esponenzialmente di minuto in minuto. Brocca dopo brocca. Non resisto! Urlò Alessia nel mondo chiuso ed inviolabile dei suoi pensieri. Signore Iddio! Basta! Ti prego, basta! Mi sta uccidendo! Si aspettò di sentire scorrere l’acqua ancora una volta, ma non udì nulla. Sperò che la tortura fosse finita, anche se ciò avrebbe probabilmente implicato qualcosa di più definitivo. Tuttavia non aveva importanza: perfino la morte sarebbe stata preferibile a quel tormento. Alessia sgranò gli occhi fissando il manico di scopa che le mani forti, tuttora assurdamente inguainate negli eleganti guanti di pelle, impugnavano minacciose. Avvertì la vibrazione del pavimento sotto i passi di quel mostro, vomitato dal peggiore degli incubi. La sua voce era quella di un diavolo che godeva del dolore e della paura. “Sai cosa sto per farti? Immagino di sì. Il tuo ventre è sul punto di scoppiare: basterebbe un sorso ancora e non saresti che carne morta. Sarebbe molto doloroso, ma non abbastanza. Occorre molta più sofferenza per raggiungere la purezza assoluta! Quando ti colpirò, il tuo stomaco si spaccherà; l’acqua ti si spargerà nelle viscere e premerà sugli altri organi interni. La pressione del liquido li spappolerà uno dopo l’altro. Ogni bastonata ti avvicinerà alla fine. Ma non temere, non sarà una morte rapida: non sarà il dolore ad ucciderti, ma l’emorragia. La vita fuggirà da te goccia a goccia. Non trovi che sia divertente? Goccia a goccia! Mi sono sempre piaciuti i giochi di parole!” Il manico di scopa si abbassò fulmineamente. Una fiammata di dolore totale, devastante, attraversò il corpo di Alessia facendola sussultare spasmodicamente. La ragazza sentì qualcosa lacerarsi dentro di sé, ma non ebbe il tempo materiale per capire cosa avesse ceduto, perché il secondo colpo fu peggio del primo. Il suono del legno sulla pelle tesa, seguito dal gorgoglio dell’acqua che inondava le cavità dell’addome, era osceno e grottesco. Ad ogni bastonata, i muscoli della giovane si contraevano disperatamente. Dalla gola le uscirono mugolii da animale in trappola: le era negata perfino la possibilità di urlare. Le percosse erano metodiche, crudeli. Andarono avanti a lungo, molto più a lungo di quanto Alessia avrebbe creduto possibile. La notte si tinse di rosso. Tutto, nella sua mente sopraffatta dalla sofferenza atroce, si fuse in un amalgama di scarlatto e nero. Poi, dopo un’ultima fitta lancinante, il buio scese per sempre sui suoi pensieri. La sinfonia del silenzio era semplicemente sublime. Il corpo nudo e martoriato, con quell’enorme pancia da donna gravida, consegnava all’eternità la scultura di un grande artista. Ammirò, in devoto raccoglimento, l’opera compiuta. Peccato che il tempo a disposizione fosse così poco e che il fisico della ragazza avesse ceduto di schianto: una donna più robusta sarebbe riuscita a resistere fino all’alba. Pazienza, si disse frugando nella borsa, ci saranno altre occasioni. Trovò, finalmente, quel che cercava: la spilla da balia ed il biglietto che aveva preparato. Infilzò il capezzolo sinistro del cadavere con la punta acuminata e vi fissò il pezzo di carta, che spiccò sulla pelle nuda come un fuoco nella notte. Quel particolare rese l’insieme ancora più bello. Sospirando si rassegnò ad abbandonare il palcoscenico della sua prima rappresentazione. Ce ne sarebbero state molte altre. Piacenza aveva dormito troppo a lungo: era tempo che si ridestasse dal suo sonno. Buon Natale, pensò spalancando la porta e respirando a pieni polmoni l’aria fredda della notte.