Dal libro perduto di Velzna La sua voce parla agli uomini dal mare oscuro del sogno. Sussurra di sublimi piaceri della carne e paradisi perduti. Chiama a raccolta i servitori. Blandisce gli stolti con promesse di gloria e ricchezza. Chiede il loro aiuto. Egli saprà ripagarli con l’unica moneta che conosce: il dolore. Prologo Assisi, primo settembre 1990. Le prime avvisaglie dell’autunno erano nell’aria. Il cielo limpido, spazzato dal vento furioso che soffiava dalla valle umbra, era un trionfo di stelle. A Rita piaceva credere che quelle deboli luci, incastonate nella volta celeste, fossero occhi d’angelo che la osservavano da una finestra nera. Si accarezzò il ventre pensando a quel bambino che, secondo Alessandro, non sarebbe mai dovuto nascere. Pregò per sé e per lui. Niente più di un sussurro discreto nel silenzio dei vicoli della città, appollaiata sulla montagna in una fotografia di pietra nella quale il tempo era rimasto congelato. Si asciugò una lacrima che sapeva di rabbia e dolore. Avrebbe tenuto suo figlio, con o senza di lui. Abbandonò piazza del Duomo per inerpicarsi lungo la salita che conduceva a Porta Perlici. Le strade erano deserte. Di tutti i turisti che riempivano Assisi durante il giorno non restava che un’eco indistinta, smarrita tra le ombre della notte. Affrettò il passo. Gettò un’occhiata distratta alla scalinata che, alla sua sinistra, partiva dal borgo salendo fino alla Rocca Maggiore. Ai lati le case si stringevano l’una all’altra. Dai balconi fioriti si levava un profumo pungente. Alessandro le aveva mai regalato un fiore? Un sorriso amaro le affiorò alle labbra: gli uomini sapevano soltanto prendere. Si bloccò per osservare, affascinata, il dondolio di una lampada sospesa a mezz’aria. Era una danza ipnotica che aveva per musica il suono dei suoi passi. Suoi? Trattenne il respiro e rimase in ascolto: niente. Eppure… Si mosse guardinga, il cuore in gola. Si fermò di nuovo. Riprese a camminare, ma lo fece in punta di piedi, per non fare rumore. Ancora passi. Si levò le scarpe. Il contatto del selciato con la pelle nuda la fece rabbrividire. Tese i muscoli tenendosi pronta a correre. I passi si avvicinarono. Scoprì di essere sola. Sola in mezzo a diecimila anime trincerate nelle loro roccaforti di pietra. Sapeva che nessuno avrebbe scostato le persiane per vedere cosa stesse accadendo. C’era troppa paura in quei giorni: la si respirava, la si toccava con mano. I giornali ne avevano parlato: quante ne aveva uccise? Undici. Piantala! Ad Assisi non ci sono mai stati omicidi. L’assassino ha sempre colpito nelle campagne, lontano dai centri abitati. Ti stai facendo terrorizzare da un fantasma. Un guizzo grigio sul nero, proprio davanti a lei. La strada era sbarrata. Cercò di non lasciarsi prendere dal panico. Si rifiutò di pensare al peggio. C’era una spiegazione per tutto. Adesso credeva di avere capito. “Alessandro?” chiamò. “Lo so che sei tu!” Era lui. Doveva essere lui. Probabilmente si era pentito della lite di poco prima, forse ci aveva ripensato. “Alessandro” ripeté. “Smettila. Mi stai facendo paura.” Le rispose una risata che a Rita ricordò quella di una iena. Una belva! Ed io sono la sua preda! Si guardò febbrilmente attorno in cerca di una via di fuga. Tornare indietro? Verso la piazza? Così si sarebbe allontanata da casa sua. No: per quanto possibile doveva cercare di raggiungere il solo rifugio che le avrebbe garantito protezione. Sua madre doveva essere ancora sveglia: sapeva che l’avrebbe aspettata fino a tardi, come faceva sempre. Avrebbe sentito le sue grida. Le avrebbe aperto la porta. Una volta dentro, tutto sarebbe finito in un pianto liberatorio. Qualcosa si mosse di nuovo, più vicino. Per di lì non si passava. La scalinata! Posso salire sino a Villa Bianca, quindi ridiscendere dall’altra parte, lungo la strada che costeggia le mura. Rita era certa di poter seminare quel figlio di puttana: era stata campionessa regionale di corsa campestre. La salita non l’avrebbe rallentata, anzi: si sarebbe rivelata un vantaggio. Scattò gettandosi improvvisamente a sinistra. Prese ad arrampicarsi contando mentalmente gli scalini. La inseguì un’esclamazione di rabbia. Quella voce… perché mi sembra di conoscerla? Non aveva tempo per pensare, solo per correre. Perse l’equilibrio; incespicò, si riprese. La gonna le si impigliò in un roseto, avvinghiato ad un graticcio che si avvitava su una balconata in ferro battuto. Emise un lamento da animale in trappola. Tirò con tutte le sue forze. Il tessuto si lacerò di schianto lasciandole scoperte le gambe. Pochi brandelli di stoffa rimasero a penzolare dalla cintura, sollevandosi ad ogni falcata. Gli slip di pizzo si gonfiarono alla carezza dell’aria. Lasciò cadere la borsa. L’ombra la tallonava. Era dieci scalini dietro di lei. Chi piange? Chi è che piange? Si rese conto che i singhiozzi provenivano dal suo petto. Balzò in alto divorando i gradini tre alla volta. Una ciocca di capelli, madida di sudore, le ricadde sulla fronte. La scostò rabbiosamente con le dita affusolate. Vide il cerchio bianco sulla pelle abbronzata, alla base dell’anulare. Pensò, sopraffatta dal rimpianto, all’anello che aveva coperto quel lembo di pelle fino a poche ore prima. Quello stesso anello che aveva gettato in faccia ad Alessandro. Pochi grammi d’oro: tanto valeva la vita di una donna. Tanto i suoi errori. Dalla gamba destra le arrivò una fitta di dolore. Sentì il gluteo contrarsi, i muscoli irrigidirsi. Aveva chiesto troppo ad un fisico ormai fuori allenamento. Ritirò istintivamente il piede e mancò l’appoggio. Sentì le dita arrivare a sfiorare il bordo dello scalino senza trovare il contatto che cercavano. La caviglia le si torse strappandole un urlo. Rovinò a terra rotolando verso il basso. Gridò di nuovo. Batté il capo più volte, poi tutto fu silenzio. La testa le girava. Era intontita e dolorante. Una mano forte l’afferrò per i capelli e la strattonò tirandola all’indietro. Sentì il filo della lama sulla gola. Folle di terrore emise un rantolo soffocato. La lama affondò con decisione nella carne. Rita tentò di gridare ma le uscì solo un gorgoglio privo di senso. “E’ così facile recidere le corde vocali” le bisbigliò all’orecchio la voce dell’assassino. “Ma non è così che morirai.” La girò brutalmente. Le accarezzò l’interno delle cosce. Le strappò la camicia di cotone scoprendole il seno. “Due vite in una” esclamò l’ombra tastandole il ventre. Oh, no! No! No! Non riuscì a distinguere il volto del carnefice, protetto da un cappuccio di panno. Vide, però, l’arma che impugnava: non sembrava un pugnale, quanto piuttosto una corta daga dal filo seghettato e dalla punta aguzza. La zanna di metallo scese fino all’inguine. Sentì il gelo mortale di quel contatto, l’oscena brama di attingere alla sua femminilità. Il dolore iniziò e crebbe lentamente, fino a quando non esplose in un amplesso di sofferenza. L’assassino affondò la daga dentro di lei con una spinta secca. Inclinò la lama. I denti seghettati lacerarono la carne, attraverso il monte di Venere, su, fino all’addome. Uno zampillo di sangue macchiò di rosso gli scalini. Rita contrasse le natiche in uno spasmo di ribellione e dolore. Era ancora cosciente quando l’assassino le affondò le mani nel ventre aperto strappandole via quello che, a prima vista, le sembrò un grumo di materia informe. Comprese, prima di morire, che suo figlio sarebbe morto con lei. Il mostro levò alta la propria preda. La offrì al cielo. Scandì una nenia ossessiva. “Veltuna Akit! Veltuna ne amutna. Arus Sethlans!” Rimase immobile, in silenzio, ed attese. Sembrava non preoccuparsi minimamente che qualcuno potesse affacciarsi alle finestre delle case intorno. Trascorsero i minuti. Il sangue di Rita si mischiò rapidamente al nero della notte. L’assassino s’inginocchiò prendendosi il volto tra le mani. Sussulti rabbiosi, forse singhiozzi, scuoterono il mantello che lo avvolgeva completamente. Strinse i pugni. “Niente!” gridò al colmo dell’esasperazione. “Non succede niente!”