1964, Dicembre. Forse a svegliarla erano stati gli undici rintocchi dell’orologio del campanile, oppure lo scricchiolio degli scarponi del padre sulla vecchia scala di legno che portava di sopra. Forse questo, forse qualcos'altro, fatto sta che all'improvviso Teresa, uno scricciolo più minuto ancora di quanto non prescrivessero i suoi undici anni compiuti da poco, si ritrovò del tutto desta, con gli occhi spalancati nel buio. Dormivano tutti e tre della grossa i ragazzi, quella notte ghiacciata più vicina a Natale che all'Immacolata, raggomitolati su se stessi, con il naso e le orecchie ficcate bene sotto le coperte di lana ruvida, perché se per caso le lasciavi fuori, solo a grattarle rischiavi di vederle rotolare in terra Letti minuscoli, poco più che brande da campo, allineati lungo la parete come in una corsia d’ospedale: Rocco, il maggiore, era sistemato su quello più prossimo alla finestra, al centro c'era Teresa e, dalla parte opposta, verso la scala, Rosetta, la sorella più giovane. Erano coricati già dalle nove, perché il mattino dopo, come ogni santo mattino, si sarebbero dovuti svegliare alle sei meno un quarto: mezzora scarsa per servirsi tutti del bagno, bisogni frettolosi cadenzati dagli incitamenti degli altri a fare presto. (-Dai, sbrigati, non ce la faccio proprio più a trattenermi!-) Una sciacquata di viso veloce con l'acqua gelata, un po' come i gatti quando si passano la zampa bagnata di saliva sul muso, una tazza di latte caldo mandata giù ancora più in fretta, con il pane avanzato da ieri che s’incastrava in gola. E poi vestirsi, raccattare la cartella, scaraventarsi di corsa giù dalla scala, arrivando in piazza puntualmente quando gli altri erano già a bordo del pulmino che li avrebbe portati nel paese vicino, dove c’erano le scuole, e le nuvole nere e puzzolenti del diesel annunciavano che la vettura stava ormai per andare. Da due cigolii della rete, il secondo più accentuato del primo, Teresa capì che mamma e papà si erano seduti agli opposti lati del letto matrimoniale, dall’altro capo dello stanzone che occupava per intero il piano superiore della casa; subito dopo altri rumori smorzati, i lamenti ora più sommessi del metallo delle vecchie molle, i quattro “toc” delle scarpe che cadevano sul pavimento, il fruscio di lenzuola e coperte, le rivelarono che i genitori si erano coricati. Si rannicchiò sul fianco sinistro, la posizione preferita per prendere sonno, pronta a riprendere il filo delle dolci fantasie con cui si era addormentata appena due ore prima. Un mormorio, parole sussurrate nel silenzio (stregato) misterioso della notte. La temperatura corporea di Teresa scese istantaneamente di dieci gradi centigradi almeno. Gli occhi, sui quali non si erano ancora abbassate completamente le palpebre, tornarono a scrutare nel buio appena incrinato dal chiarore del lampione di strada che filtrava dalle persiane chiuse e dalle tendine tirate, quelle che aveva lavorato all’uncinetto la nonna quando ancora non le era scesa la cataratta. “No, non di nuovo, ti prego Signore, non questa notte, non adesso, magari domani mattina, quando siamo a scuola, oppure può essere che domani sera ci addormentiamo tutti e tre subito, eh, d'accordo, Dio?” Per qualche secondo il silenzio tornò assoluto, e Teresa sperò che la sua preghiera fosse stata ascoltata ed esaudita. -Buono, Mario, venendo a letto abbiamo fatto rumore, possono essersi svegliati.- -Ma no, statti tranquilla, Ida, ronfano. Su, su, spicciati, calati le mutande, che ci ho voglia.- Se almeno fossero stati zitti, se almeno non avesse capito le loro parole, ma quei sussurri sembravano più scanditi e chiari di una conversazione ad alta voce. Teresa provò a infilarsi gli indici nelle orecchie, per non ascoltare, ma quel silenzio gonfio, artefatto, innaturalmente ovattato le risultò ancora più insopportabile. Si spostò, voltando le spalle al letto dei genitori, e così facendo fece scricchiolare le assi laterali del suo. Ma la cosa che più la turbò fu il rumore del tutto identico che fece eco dalla branda di Rosetta: perché voleva dire che anche lei era sveglia. -Mario, fermo!, hai sentito?- quanta sconfortata angoscia nelle parole della mamma -Non fare la scema, vieni qua, che te le tolgo io … ecco, così, girati, adesso.- E non era più la voce del padre, quella, ma il biascicare liquido di saliva di un alcolizzato davanti a un bicchiere di vino. Un respiro più profondo, quasi un roco lamento aspirato, poi il gnic-gnic della rete, sempre più forte, interminabile per le orecchie e il cuore di Teresa. Le pupille si erano ormai dilatate al massimo, e le forme cominciavano ad assumere nell’oscurità contorni più definiti. Fu così che potette distinguere i riccioli di Rosetta sollevarsi sul cuscino. Poi, con un grugnito strozzato, tutto finì. Teresa si ritrovò ad aspirare aria, famelica, come se per tutto quel tempo i polmoni avessero sospeso ogni attività funzionale. Cercò di controllare il respiro, per quel che poteva, quel tanto che bastava a non segnalare il suo stato di veglia al padre e alla madre. I muscoli del corpo, rattrappiti per la tensione al punto di farle male, cominciarono a rilassarsi, un po' come succedeva alle natiche una volta che zia Ottavia le aveva fatto la puntura di ricostituente. Assaporò come un frutto delizioso la quiete che di nuovo si era impossessata della stanza. Per un po', distesa a pancia in su, riuscì a ritrovare un minimo di calma, ad accettare che quell’individuo addormentato a pochi metri da lei non era uno schifoso polipo bavoso che di giorno da ubriaco (ma spesso anche da sobrio) urlava, bestemmiava, picchiava la mamma, e tutti loro, e di notte … Ma un uomo come tanti altri. Suo padre, per la precisione. Ma poi uno scricchiolio alla sua destra segnalò il furtivo assestarsi di Rosetta sul materasso di crine. E in quello stesso istante la rabbia tornò, si impossessò di lei ringhiandole in testa con due voci diverse, ma ugualmente disperate. Una era quella della mamma, che sicuramente aveva intuito che qualcuno di loro era sveglio, che lo era stato in altre precedenti e analoghe occasioni, e che lo sarebbe stato in futuro per chissà quante altre notti ancora. L'altra era la vocina esile da bambina di Rosetta, ma nello stesso tempo anche la sua, quella di pochi anni prima, quando per la prima volta aveva capito che tra le lenzuola del lettone, nel buio, il papà costringeva la mamma a fare qualcosa di innominabile e schifoso. “Con me questo non lo farai, Dio, non lo permetterò né a Te né a nessun altro. Quando sarò sposata mio marito non mi tratterà mai così, e se un giorno avrò dei figli, non si troveranno mai a sopportare tutto questo. Dovessi morire, non lascerò che accada di nuovo.” Si rese conto che non poteva nemmeno mettersi a piangere, perché se avesse cominciato a farlo sarebbero stati singhiozzi inarrestabili. “ Dovessi morire, non andrà così. “ giurò solennemente a se stessa, e prima che l'incoscienza del sonno la ghermisse di nuovo, riuscì a spremere una lacrima silenziosa. C A P I T O L O I Erano passate da poco le cinque, quando arrivò Teresa. Varcò il portone della scuola, passando dalla luce ancora abbagliante del giorno alla fresca penombra dell’atrio della scuola media di Poggio Mirteto. Indossava le scarpe lucide comprate alla fiera di maggio, le calze bianche fin sotto il ginocchio, la gonna a quadri bianchi e azzurri che le aveva cucito la mamma, e la camicetta bianca acquistata alla Upim di Terni per la prima comunione di Rosetta. Un caschetto di capelli neri le incorniciava il viso, i cui lineamenti, labbra carnose, zigomi pronunciati, sopracciglia folte, si amalgamavano in una semplice e sana bellezza contadina. I fianchi ben torniti, e il seno già maturo, che lì davanti spingeva contro il cotone come una coppia di pesche agostane, appartenevano a una giovane donna, definitivamente fuori dal periodo di sospensione asessuata dell’adolescenza. Perché Teresa era arrivata a sostenere gli esami di licenza media a sedici anni, a causa delle due bocciature ricevute. La prima volta era successo in quarta elementare, per una brutta broncopolmonite che l'aveva tenuta a casa per parte del secondo trimestre, e per tutto il terzo. Un altro anno, il precedente a questo, lo aveva perso semplicemente perché non c’era stata abbastanza voglia di studiare. Si guardò intorno: a parte Giovanni, il bidello, che seduto al suo tavolino sfogliava con aria annoiata e distratta un giornale già letto almeno dieci volte, si accorse di essere sola. C'era qualcosa di solenne, nel silenzio rotto soltanto dal ronzio delle mosche e dal fruscio delle pagine de Il Messaggero, al punto che Teresa si scoprì suo malgrado a camminare in punta di piedi. E si respirava un odore particolare, nell’aria, un misto di gesso, di tamponi per timbri, bucce d'arancia e merendine al cioccolato, di registri polverosi e di libri freschi di stampa … “Un profumo che mi rimarrà sempre nel naso” pensò, con l'improvvisa, malinconica consapevolezza di stare vivendo un addio “e non soltanto lì.” Concluse, tirando su col naso, e sforzandosi di tornare a concentrare l’attenzione sulla bacheca. Sul legno grezzo martoriato dalle ferite inferte negli anni da centinaia di puntine da disegno erano appesi, uno accanto all’altro, tre fogli protocollo con cognomi e nomi degli alunni battuti a macchina, allineati a sinistra in ordine alfabetico: vicino a ognuno di essi, scritta a penna in bella calligrafia, in blu l'indicazione “PROMOSSO”, in rosso quella “RESPINTO”. Col respiro corto Teresa si avvicinò al foglio di centro, in testa al quale figurava “III B”: l'inchiostro rosso era stato usato tre volte, ma non per lei, non per Raimondi Teresa. - Signori', ce l'hai fatta 'stavolta, eh? - l'apostrofò la voce catarrosa di Giovanni, che aveva posato sul tavolo il giornale per accendersi una MS, e la stava guardando, sorridendo, da sopra le mezzelune delle lenti da presbite. - Sì, ce l'ho fatta. - Rispose in fretta lei, senza riuscire però a evitare d’essere raggiunta dall’indesiderato ricordo di quando, l’anno prima, una brutta sera, poco dopo le sette, la professoressa di lettere aveva telefonato a casa. Aveva chiesto di suo padre, e senza tante cerimonie gli aveva comunicato che sua figlia Teresa sarebbe stata bocciata ancora prima di sostenere gli esami. Logica conseguenza di quella notizia, e della cena interrotta, era stata che il mattino dopo, e i seguenti, nonostante il caldo lei era stata costretta a presentarsi a scuola con i pantaloni e la camicia con le maniche lunghe, per nascondere i lividi e i segni lasciati su braccia e gambe dalla cinghia di Mario. E proprio Giovanni, che aveva capito tutto, quando lei se ne era rimasta in classe da sola durante la ricreazione, le aveva posato sul banco il cappuccino caldo nel bicchiere di plastica e una brioche cosparsa di zucchero a velo, così ripiena di crema che non potevi fare a meno di impiastricciarti le labbra. Ma assai più che le botte somministratele senza parsimonia dal padre erano state altre cose a convincere Teresa che un simile episodio non si sarebbe mai più dovuto ripetere. La tristezza negli occhi della mamma, tanto per dirne una, la disperata rassegnazione con cui lei e Rosetta avevano assistito al pestaggio. E le nocche bianche di rabbia impotente dei pugni stretti di Rocco, che alla fine era fuggito via, sbattendosi la porta alle spalle. Così, nel nuovo anno scolastico, fin dai primi giorni di ottobre, mentre gli altri ragazzi si raccontavano ancora le vacanze, e non era neppure cominciato l'orario definitivo, lei aveva cominciato a studiare con feroce determinazione, con la logica conseguenza che, pur non risultando ovviamente la prima della classe, aveva ottenuto la promozione senza soverchie difficoltà. Si avvicinò al vecchio bidello, e non seppe resistere all’impulso di chinarsi per stampargli un bacio sulla testa completamente calva. -Grazie di tutto, Giovanni, ma proprio di tutto. – disse, ricacciando in gola la commozione del momento. - Ti verrò a trovare, qualche volta.- Poi, senza aspettare risposta, girate le spalle si diresse a passi svelti verso l'uscita e scomparve oltre la porta irradiata dal sole. La corriera azzurra arrancava sui saliscendi della statale trascinando attraverso la campagna, ancora istupidita dall’afa di una giornata insolitamente afosa per giugno, guizzi metallici di luce. Era venerdì, e il pullman era più affollato del solito: una trentina di passeggeri, per lo più pendolari di ritorno da Roma, oppure impiegati che non potendo permettersi una villeggiatura vera e propria, al termine dell’anno scolastico trasferivano mogli e figli nella vecchia casa di origine in paese, per poi raggiungerli ogni fine settimana. Un rito che, anno dopo anno, si perpetuava con rassicurante ripetitività, dalla chiusura delle scuole a dopo Ferragosto, quando arrivava il momento di riportare la famiglia in città. Tra Poggio Mirteto e Vacone Sabino, il paese di trecento anime arrampicato su una collina a metà strada tra Rieti e Terni, in cui era nata e abitava Teresa, non c'erano più di trenta, quaranta chilometri; tuttavia, le fermate nei piccoli comuni che si affacciavano sulla Statale 313 non consentivano all’autobus di linea di coprire il tragitto in meno di un’ora. Quando la corriera si fermò al capolinea, dove la strada principale incrociava la deviazione per Vacone, il sole era sceso finalmente dietro le colline che circondavano la spianata, e mettendo piede fuori dal pullman, Teresa ebbe la piacevole sorpresa di essere accolta da una leggera e gradevolissima brezza. “ Se non trovo nessuno disposto a darmi un passaggio, finisce che dovrò fare una bella scarpinata.” Pensò, guardandosi attorno: dal bivio partiva una salita ripida, che dopo tre chilometri di tornanti portava su in paese. Ma le belle sorprese quel giorno sembravano non voler finire mai. Con un sussulto di gioia Teresa vide che non c'era la mamma ad attenderla, come pure aveva dato per scontato, ma suo fratello, a cavallo della Augusta V7 bianca e azzurra tirata a lucido con cera, straccio e olio di gomito. Rocco l’aveva acquistata di seconda mano, coi soldi guadagnati durante l’inverno lavorando da “stagionale” al salumificio, il nuovo stabilimento aperto lungo la strada per Configni. Anche lui la vide subito, e, agitando il fazzoletto in segno di saluto, diede un paio di vigorose spinte sul pedale dell’accensione. Aveva gli occhi dello stesso colore di quelli della mamma, il verde cupo delle foglie dei boschi, e i lunghi capelli mori erano fermati sulla fronte da una striscia di stoffa rossa. L’abbronzatura era quella profonda e persistente di chi è solito trascorrere molto del suo tempo all’aria aperta. Portava un paio di Levi's scoloriti, e una camicia a fiori attillata che faticava a contenere le spalle larghe e i bicipiti gonfi. Teresa lo trovava semplicemente stupendo, ed era assolutamente convinta che il suo bel fratello avrebbe meritato qualcosa di meglio di quelle quattro stupide gallinelle che gli morivano dietro. -Tutto a posto, piccolina?- chiese Rocco, sorridendole. -Sì, sì, sì! Quest'anno ce l’ho fatta!- gridò lei di rimando, abbracciandolo forte. Teresa realizzò di sentirsi rilassata e serena come non le accadeva da… “Già, da quanto tempo?” si chiese, mentre con un balzo montava a cavalcioni sul sellino posteriore, senza preoccuparsi se nel movimento la gonna saliva su, senza accorgersi dello sguardo obliquo del ragioniere sceso dal pullman subito dopo di lei, che esplorava con estremo interesse il biancore delle cosce scoperte. -Allora tieniti forte a me, che andiamo a dare la buona notizia alla mamma.- l’avvertì Rocco, allungando all’indietro il braccio destro e strizzandosela sulla schiena. Teresa fece appena in tempo ad abbracciarlo, che la moto scattò in avanti, con un contraccolpo che le fece inarcare la schiena. Cominciarono a salire in direzione del paese sollevando al passaggio una grande nuvola bianca. Ruspe, betoniere e schiacciasassi della ditta incaricata di procedere alla sistemazione e all’asfaltatura della strada, immobili a fine giornata, sfilavano via veloci ai loro lati. Erano a metà della salita, quando, preannunciata da un rombo diverso, ma non meno assordante di quello prodotto dalla marmitta della V7, emerse dal polverone un'altra moto, che andò ad affiancarsi alla loro. Il volto del conducente era travisato dalla visiera del casco, ma Teresa non ebbe difficoltà a riconoscere l'Honda 350 di Salvatore, il muratore, il migliore amico di Rocco, quello con cui da bambini erano andati in giro per i boschi di Vacone, armati di fionda, a dare la caccia ai passeri, per poi passare negli anni dell’adolescenza a correre dietro al pallone nei prati, i ragazzi in canottiera contro quelli a torso nudo, con le borse e le magliette sull’erba a fare da pali delle porte. - Ma dove andate, pellegrini? Contate di arrivare a Vacone entro stasera o farete tappa per la notte?- li apostrofava ridendo, e gridando, per superare il frastuono dei motori sotto sforzo, e intanto la sua Honda metteva davanti la ruota anteriore. - Dove vai tu, con quel ferrovecchio giapponese? Piuttosto, vedi di chiudere la bocca, se non vuoi mangiare polvere!- gli rispose Rocco, smanettando sul gas. Attraversarono un gruppo di galline che razzolavano al centro della strada, che si aprirono davanti alle ruote delle moto come il Mar Rosso al passaggio di Mosè. Poi superarono ancora appaiati tre anziane contadine che arrancavano faticosamente lungo l’erta, portando in equilibrio sulla testa enormi fascine di legna per i forni nei quali, una volta a settimana, si cocevano i filoni di pane sciapo. Lo spostamento d’aria causato dalla velocità delle moto provocò uno sventolio di panni neri. Le vecchie di Vacone erano tutte vestite di nero. Il periodo riservato al lutto, infatti, prevedeva per tradizione un lasso di tempo abbastanza lungo da concedere sempre alla morte di un parente più o meno prossimo di fare staffetta con quella che era arrivata prima a colpire la stessa famiglia. In vista delle prime case del paese la corsa rallentò, ma non di molto, finché non arrivarono a fermare le moto sullo spiazzo del Belvedere, una spianata lunga e stretta pavimentata a sassi, all’ombra del piccolo castello che dominava quello spicchio di vallata. Piazzato il cavalletto Salvatore scese e tolse il casco, liberando un cespuglio di capelli ricci e arruffati. Anche lui era un bel ragazzo, alto e robusto almeno quanto Rocco, sebbene i lineamenti del volto, più marcati e irregolari, ne indurissero eccessivamente l'espressione. Teresa sollevò lo sguardo verso la sovrastante piazzetta, e tra le sagome affacciate alla balaustra di pietra cercò di individuare mamma Ida. Ma sì, eccola lì a guardare in giù, verso di lei, per una volta senza il perenne fazzolettone a nasconderle i capelli prematuramente grigi. Per tranquillizzarla, Teresa decise di regalarle subito un sorriso, agitando forsennatamente il braccio in segno di saluto. -Tutto bene! Promossa!- gridò, pur sapendo bene che Ida aveva ancora la vista più che buona, almeno da lontano, e che di sicuro le era bastato vedere la sua faccia distesa, per capire. Ma dovevano saperlo tutti. Tutti. -Avvisa la mamma che per cena non ci sarò. Vado a mangiare una pizza a Terni, con la mia cricca. Che stia tranquilla, non farò troppo tardi.- le disse Rocco, baciandola sulla guancia, la mano sulla fronte a scompigliarle i capelli, uno dei gesti che riuscivano a irritarla più d’ogni altra cosa al mondo. Ma non se era lui, a fare quel gesto. - Sei stata davvero brava. Ciao, fringuella!- la salutò, girando rapidamente sui tacchi. Teresa si incamminò verso la scaletta che portava all'interno del borgo, mentre Rocco e Salvatore, tenendosi reciprocamente le braccia sulle spalle, si avviavano verso l'unico bar di Vacone. Non erano ancora arrivati i successi estivi, e dal juke-box Lucio Battisti cantava ancora “Mi ritorni in mente”, una canzone che Teresa adorava, e che non si sarebbe mai stancata di ascoltare. -Però, tua sorella, si sta facendo carina, eh? Proprio carina-. sentì commentare Salvatore mentre si allontanavano. Allora reclinò la testa sul petto, perché nessuno la vedesse arrossire. Era quasi buio, quando madre e figlia rientrarono. Avevano indugiato nel clima già pigramente festivo del fine settimana sedute sul muretto di pietra davanti alla chiesa, insieme all’altra gente del paese, nel tentativo inconsapevole di prolungare per quanto possibile quella giornata così particolare. All’inizio Teresa se n’era rimasta seduta in disparte, muta, intenta a fissare il volto di Ida, persa invece in chiacchiere con le altre comari. Schermaglie oziose con mariti e figli, ricordi malinconici ma allo stesso tempo dolcissimi di episodi di una gioventù forse più lontana nella mente che negli anni. Cercava di fissare nella mente e nella memoria quel pacato sorriso, raro, nell’espressione di sua madre, almeno quanto un’aurora boreale a Passo Corese. Poi, mentre i ragazzi improvvisavano sul sagrato una partita di basket usando come canestro la nicchia di fianco al portale, un antico affresco del volto della Madonna sbiadito dal tempo e dalle intemperie, lei si era unita alle amiche che avevano fatto capannello nell'angolo più lontano. Era stato divertente ripercorrere con loro la hit parade delle cotte e de gli amorazzi che, secondo tradizione, anche in quell'inizio d’estate si andavano intrecciando tra giovani residenti e villeggianti nelle strade di pietra del borgo e tra i casolari della contrada. Finché, all'improvviso, non era cambiato qualcosa. Era arrivata Rosetta, avvolta nella sua vestaglietta, gli occhi spiritati, il respiro reso pesante dalla corsa e dall'eccitazione. Si era avvicinata a Teresa e, tirandola per la camicetta, l’aveva presa in disparte. -Sbrigatevi a tornare a casa: papà è infuriato, e vuole cenare subito!- le aveva sussurrato. Le altre ragazze avevano capito tutto, prima ancora di lei. Tutte insieme avevano trafitto Teresa coi loro sguardi, soffocando, con il pugno sulle labbra, sorrisi stolti e malevoli. Solo quando Rosetta si era volta verso di lei, mostrandole il viso per intero, Teresa s'era accorta della macchia bruna che spiccava sulla pelle chiara della guancia destra della sorella: vaga nella luce incerta degli ultimi riverberi del tramonto, ma inconfondibile ai suoi occhi: l’impronta del palmo e delle cinque dita della robusta mano del padre. Quasi contemporaneamente le donne più vicine alla mamma si erano zittite. -Uh, Vergine Santa, come s'è fatto tardi, adesso è meglio che ce ne torniamo a casa, bambine, sennò 'stasera Papà ci accoppa!- Aveva esclamato Ida, alzandosi in piedi. Cercando di condire la frase con una stonata allegria che aveva finito per spaventare Teresa ancora di più. Tanto più che, prima che la mano della madre afferrasse saldamente la sua, trascinandola via, aveva fatto in tempo a vedere, dopo i frettolosi saluti di circostanza declamati in coro come una giaculatoria, i volti delle comari atteggiarsi a una compassionevole quanto pelosa solidarietà di circostanza. Avevano percorso quasi di corsa l’acciottolato sconnesso della viuzza che portava alla loro palazzina, nel ventre antico del paese. Non avevano avuto bisogno di bussare, dal momento che Rosetta, uscendo per andarle a chiamare, in un comprensibile stato d'ansia aveva soltanto accostato l’uscio, senza farne scattare la serratura. Una volta dentro avevano trovato Mario seduto al suo posto di capotavola, intento nella lettura di qualcosa poggiato sulle ginocchia, nascosto alla loro vista dal bordo della tovaglia. Quando la porta si richiuse alle spalle della moglie e delle figlie, l’uomo non diede neppure a vedere di essersene accorto, limitandosi a sfogliare un'altra pagina. Teresa sgattaiolò lesta nell’angolo più lontano della stanza, chiedendosi intanto cosa diavolo potesse interessare a tal punto suo padre, visto che da quanto era in grado di ricordare lo aveva visto al massimo dare un’occhiata al Corriere dello Sport. Ma solo al lunedì, quando il giorno prima la Juve aveva vinto almeno quattro a zero. Ida invece si diresse rapidamente verso i due grezzi scalini di pietra che portavano al minuscolo cucinotto, afferrando al volo il grembiule bianco lasciato appeso alla spalliera di una sedia, e cominciando ad allacciarselo frettolosamente dietro la schiena. - Metto a bollire l’acqua per la pasta, ci vuole solo un momento. Rosetta, da brava, tira fuori dalla credenza la carciofata che ha preparato la mamma, e tu, Teresa, comincia ad affettare il pane, svelta! - - Ida. - la chiamò Mario. Secco, a bassa voce. La donna si fermò di colpo, con il piede ancora sul primo scalino. Aprì la bocca per dire qualcosa, ma solo per richiuderla subito dopo, senza essere riuscita a profferire una parola: a Teresa, guardandola immobilizzarsi così, venne in mente quella volta che da bambina (all’epoca non poteva avere più di sei-sette anni) mentre stava aiutando il padre a verniciare le persiane, era passato sotto la scala quell’enorme scarafaggio, e lui, senza pensarci un attimo, gli aveva scolato sopra con il pennello qualche goccia di acqua ragia. L’insetto, inglobato dalla trasparente bolla liquida, aveva arrestato immediatamente il suo cammino, muovendo a vuoto le zampette per alcuni secondi che a lei però erano sembrati eterni. Allora, proprio la piccola Teresa, proprio quella bambina che non aveva il coraggio di cacciare una mosca o una zanzara, nel timore di fare loro del male, per porre termine all’agonia aveva calato con violenza il tacco della scarpa sul terreno, chiazzando di scuro il grigio polveroso della strada. Poi aveva cominciato a piangere, prima silenziosi singulti trattenuti in gola, poi singhiozzi disperati, incontenibili: e in quel preciso momento era partito in crescendo, e proprio quella era la cosa che la ragazza ricordava con maggiore rabbia, lo sghignazzare scomposto e sguaiato del padre. -Ida, la pentola con l’acqua l’ho messa io, sul fornello. I piatti in tavola, sempre io li ho messi.- sbuffò Mario, con lo sguardo platealmente rivolto al soffitto. Le pupille da avvinazzato, più spente e annacquate che mai, sembravano galleggiare a stento in un mare di venuzze rosse. E tutte in casa sapevano bene cosa stessero a indicare quelle spie. -Siccome non mi sono spaccato abbastanza la schiena al cantiere, siccome non ho spremuto fuori abbastanza sangue e sudore, puttana miseria!, la sera devo pure fare il servo alla signora che si trattiene in piazza a chiacchierare con le amiche, non è vero?- Ida, che già non era un gran pezzo di donna, sembrava essersi rimpicciolita ancora di più, e dell'effimera serenità di qualche minuto prima d’un tratto era sparita ogni traccia. -Mi dispiace, Mario, non mi ero accorta di aver fatto così tardi.- balbettò. -È che è arrivata Teresa da Poggio Mirteto, eravamo tutte contente per la sua promozione e … - -Sì, perché ce la mangiamo, la promozione, ci compriamo la macchina, ci paghiamo la legna per il camino, con la promozione!- e la sua voce somigliava sempre più a un ringhio -Cammina, disgraziata, fai qualcosa, almeno: butta giù la pasta, che l’acqua bolle.- Rosetta si avvicinò a Teresa a piccoli passi, fino a trovare un contatto, spalla contro spalla, braccio contro braccio. Insieme aspettarono che la madre rispondesse qualcosa. Invece lei non disse nulla, semplicemente lo scarafaggio riprese a camminare, ma era già morto, dentro. Ida entrò in cucina, si sentì il rumore dell’involucro di cellophane che veniva lacerato, il tuffo degli spaghetti nella pentola ribollente. -Moglie, quanto tempo ci vuole per cuocere la pasta?- E in quelle parole c'era una nota di affettata e fasulla cortesia, che a Teresa fece accapponare la pelle. Incredibilmente invece Ida sembrava non accorgersi del pericolo. -Dieci minuti, Mario, massimo un quarto d'ora.- rispose. Sollevata. Contenta che si fosse tornati a trattare argomenti dei quali era lei ad avere il controllo. -Allora facciamo in tempo.- disse lui, alzandosi. -Bambine, guardate la pastasciutta, e state attente a non farla scuocere, che io e la mamma andiamo un momento di sopra.- continuò, tirando indietro la sedia e alzandosi. Ida, che alla fine aveva capito cosa stesse per accadere, uscì dalla cucina quasi subito, ancora una volta senza ribattere: pallidissima, svuotata di ogni energia, al punto di apparire malferma sulle gambe. Mentre la madre le passava accanto per dirigersi verso la scala, Teresa le scorse sul volto tirato il tremore del labbro inferiore, l’incontrollabile battito nervoso delle palpebre. E vide finalmente cosa suo padre stesse leggendo con tanto interesse: era l’elenco telefonico della Provincia di Rieti, un po' meno spesso di quello di Roma, abbastanza sottile, dunque, perché la grande mano callosa di Mario lo potesse impugnare saldamente tenendolo parzialmente ripiegato su se stesso. Salirono gli scalini di legno, lei davanti, lui subito dietro. Teresa vide gli occhi sbarrati di Rosetta. La prese per mano. Se ne stettero così per qualche secondo. Poi venne il primo colpo sordo, il tonfo della mazza di carta calata con violenza sulla carne e le ossa di mamma. Teresa lasciò la mano della sorella, e le tappò le orecchie, prima che arrivasse il lamento strozzato di Ida, poi l’eco di un altro colpo, e di un altro ancora.