Quel ramo del lago di Como è ancora lì, al suo posto, a quasi quattrocento anni di distanza da allora: non s’è spostato nemmeno di un metro, né avanti né indietro, né a destra né a sinistra, avvinto com’è da catene non interrotte di monti, che gli impediscono di andarsene definitivamente al di là del confine, per emigrare in Svizzera anche lui. Insieme all’Adda, che da sempre lo alimenta, dandogli vita, costituisce un ibrido lacustre - fluviale che, in un susseguirsi continuo di insenature e promontori, in un’ambigua ma fascinosa alternanza di pieni e vuoti, ha finito per perdere ogni identità sessuale, ammesso e non concesso che a un lago possa attribuirsene una. Placida distesa di acque che riflettono e inabissano in sé cime aspre e scoscese, costretta nel suo letto di Procuste tra rive tutte ghiaia e ciottoloni, con un entroterra più diseguale che mai: perché adesso, terzo millennio già in corso, tra i campi, le vigne, le ville e i casali si snodano strisce nere d’asfalto percorse da un traffico intenso di camion e automobili che attraversano nuovi borghi, costeggiano capannoni industriali, all’interno dei quali operai di ogni regione d’Italia e del mondo, di ogni colore e religione, si avvicendano alle presse e ai torni, producendo migliaia e migliaia di chilometri di fili metallici, e rondelle e viti a milioni, a miliardi. E ancora oggi, forse più e meglio di allora, c’è chi sa insegnare la modestia alle donne: preferisce farlo di notte, però, mettendole al pascolo ai lati delle strade, carne in affitto a pochi euro al minuto, fino al mattino, quando potranno andare finalmente a dormire pregne di umori alieni e alleggerite di gran parte dei guadagni così penosamente realizzati. Intanto da sud, da una Milano che ormai è diventata metropoli, coi pregi e coi guasti che ciò comporta, gente perennemente sotto stress, distratta dalle mille rogne d’ogni giorno al punto d’avere smarrito il tempo e la voglia di alzare lo sguardo dall’asfalto, per indirizzarlo all’orizzonte, sempre più raramente si ferma a rimirare i denti del Resegone. Dietro al quale ancora oggi, come nel 1628, e prima ancora, ai tempi di Alberto di Giussano e Barbarossa, il sole proprio non vuole saperne di tramontare. Prima parte Le radici 1 - Un trasloco (parla Renzo) Addio monti sorgenti dall’acque ed elevati al cielo… Ville sparse e biancheggianti sul pendio come branchi di pecore pascenti; addio! Addio, casa natia… Dopo esserci sposati io e la Lucia abbiamo vissuto a Lecco per dodici anni, il prossimo mese farebbero quattordici, se abitassimo ancora lì. Sfacchinavo sul tornio otto ore al giorno, mentre lei a casa era impegnata a partorire, ad allattare e a fare da mangiare per un numero sempre crescente di bocche da sfamare, e a lavare biancheria. Impieghi a tempo pieno per entrambi. Io perché i soldi per una famiglia come la mia non bastano mai, e gli straordinari li pagavano bene giù alla Ris Acciai, almeno finché sono durate le vacche grasse. Lucia invece per il semplice motivo che tirare su da sola quattro figli è uno sport capace di lasciare senza fiato persino la campionessa olimpica di maratona. E siccome le disgrazie non arrivano mai da sole c’era quello scemo di Tonio, che oltre a essere mio cugino non mi ricordo mai di quale grado, m’era finito tra i piedi nella stessa squadra di turnisti in fabbrica. Lui, che non sa contare fino a dieci senza aiutarsi con le dita, c’era una cosa che non si dimenticava mai di fare: ogni venerdì sera, quando giù al bar si superava insieme il limite degli otto bianchini all’ora senza neanche allacciare le cinture di sicurezza, tutt’a un tratto sollevava il muso dal bicchiere in cui lo teneva a bagno. “Ma dove ostrega lo trovi il tempo e la voglia per scoparti tua moglie, e metterla incinta, per giunta?” mi chiedeva fissandomi con quei suoi occhi bovini iniettati di sangue e di alcool come se fosse la prima volta che mi vedeva. Domanda mica poi così peregrina, visto che quando uscivamo dal turno ogni volta eravamo entrambi cotti come marroni sulla padella bucata. “Prima di immischiarti nei miei affari, ricordati piuttosto di pagare quel debituccio che hai con me da una vita” gli rispondevo ogni volta, non sapendo bene cos’altro dire, e con questo lui si azzittiva subito, e cominciava a menarmela su con la campagna acquisti del Como, o sull’arbitraggio dell’ultima partita di Campionato, e di come sarebbe stato bello tornare a vedere le partite di serie A, se e quando Dio l’avesse voluto. “E tu continua a sperarci” gli ho detto l’ultima sera che siamo stati fuori a ubriacarci insieme, e poi non sono neanche andato a dormire, perché la mattina dopo c’era da caricare i mobili e tutto il resto sul furgone di quel tonto di Gervaso, e la sveglia era puntata sulle cinque. “Ma a vedere il Como d’ora in poi ci andrai da solo, povero pirla, perché io sarò più vicino a San Siro, dove pascola gente come Sheva e Bobovieri, e scusa se è poco.” Comunque a pensarci adesso, che in via Ripamonti a Milano siamo costretti in sette in settanta metri quadri, aveva proprio ragione lui: quattro figli sono troppi da mantenere con uno stipendio di millecinquecento euro al mese, tredicesima, straordinari e festivi compresi. Il fatto è che dopo tanto tempo mia moglie me lo fa tirare quasi come i primi tempi. Non con la stessa frequenza, è chiaro, nei primi anni di matrimonio avrei potuto campare tranquillamente anche solo di pane, acqua e passera, né ci ho più la voglia di tutti quei giochi preliminari che tanto mi piacevano una volta. Anche perché è una brava donna, mia moglie, un po’ rompicoglioni come tutte le donne, che ci vuoi fare, e con le ascelle troppo pelose per i miei gusti, ma per il resto non ci ho mica niente da lamentarmi. Cucina da dio, così come le ha insegnato sua madre Agnese (prima di beccarsi la malattia e restare inchiodata alla sedia a rotelle, si capisce, un bel carico anche lei sulle nostre spalle, visto che ormai non le riesce più nemmeno di pulirsi il sedere da sola, ma questo è tutto un altro discorso), e la sera, con tutta la fatica che ha fatto durante il giorno non si rifiuta mai di aprire le gambe per me, e ci si mette d’impegno, pure. Certe volte mi viene perfino da pensare che, se alla fine l’avesse avuta vinta quel Rodrigo, e se la fosse portata via con sé, chissà che tocco di figa sarebbe adesso la mia Lucia: niente calli e screpolature sulle mani, la pelle liscia, trattata ogni giorno con quelle creme che levigano persino la scorza di un limone, e bella soda, con un po’ di palestra e massaggi, com’era quando aveva sedici anni e per la prima volta la inchiodai con un bacio contro il pilastro del lavatoio. Mondo ladro, come le teneva chiuse quelle labbra, ci sarebbe voluto un cric da tir per aprirgliele e cavarne fuori la lingua. Però il profumo della pelle, e quei capezzoli duri come due chiodi che mi premevano contro la camicia non li scorderò più, giuro, dovessi campare cent’anni. Tornando a Rodrigo, sono sicuro che, coi soldi che aveva, l’avrebbe vestita come una barbie-mignotta, per godersela meglio, solo che gli abiti sarebbero stati tutti firmati da quei frocioni che vedi in giro per via Montenapo e dintorni quando ci sono le settimane della moda; e poi pellicce, gioielli veri, anelli, orecchini e collane, i capelli coltivati dal parrucchiere come un’aiuola del parco di Monza, il trucco sempre perfetto, le unghie smaltate, pure quelle dei piedi … Purtroppo per lui l’amico alla fine ha fatto la fine che meritava un porco della sua specie e categoria: s’è beccato l’Aids da qualcuna delle sue puttane, e nel giro di poco tempo s’è ridotto a una specie di scricciolo di quaranta chili, alto uno e ottanta com’era, e ha tirato le cuoia. Quel brav’uomo di Cristoforo alla fine gli ha pure dato l’assoluzione, con tutti i casini che ci aveva combinato, per conto mio gli avrei fatto assaggiare in anticipo le fiamme dell’inferno spegnendogli sigarette sotto la pianta dei piedi proprio mentre stava schiattando. Poi bella ricompensa, povero frate: una puntura in un polpastrello con una siringa infetta, giù alla casa per malati terminali che aveva messo su in Broletto, e ha vinto anche lui un bel giro con l’infezione, e se n’è andato poco tempo dopo. Sembra che qualcuno abbia lanciato l’idea di farlo santo, oppure beato, non chiedetemelo, non ci ho capito mai una mazza di queste cose da preti, e che le cose siano arrivate già a buon punto. Per quanto mi riguarda dopo morto potranno farmi anche presidente degli Stati Uniti: sicuro com’è sicuro che il mio nome è Lorenzo (anche se tutti mi chiamano Renzo) al mio cadavere là sotto terra la cosa non farà più effetto della scoreggia di una mosca. Ah, di mestiere non faccio più il tornitore, ma il magazziniere. Coi primi venti di crisi, seguiti dal botto delle Twin Towers, la Ris Acciai è andata velocissimamente a puttane: all’improvviso hanno cominciato a essere più i giorni che si passavano in cassa integrazione che al lavoro in fabbrica, chiusi in casa o a zonzo per le strade a rodersi il fegato con le mani in mano. Poi qualcuno ha cominciato a far girare la voce che l’altoforno si sarebbe spento ben presto, e in via definitiva, quindi per chi aveva la possibilità di farlo sarebbe stato molto meglio darsi da fare per tempo a cercare un altro posto. È per questo che sono stato costretto a cambiare lavoro, e a trasferirmi a Milano; e meno male che se n’è interessato don Abbondio, che ancora deve sentirsi parecchio in debito con me e Lucia, e che credo si sia rivolto al cardinale Borromeo, che non è la prima volta che ci tira fuori dai guai. Qualche volta ci dormo pure nel capannone della Lombarda Trasporti Integrati Società per Azioni, quando i due Hoxia, i fratelli albanesi dal coltello facile che il capo ha tirato fuori non so più da quale buco, si prendono la diarrea. E non succede troppo raramente, colle schifezze che sono abituati a mangiare. Ecco come sono ridotto: sostituto di due stramaledetti zingari. Proprio io, che da anni e anni voto per gli uomini colla camicia verde.