1 Los Angeles, 2080 D.C. Larry guardò la finestra cercando di rilassarsi alla vista della cascata e delle montagne sullo sfondo. Non erano reali, ovviamente. Un olo-proiettore simulava il paesaggio sulla superficie di una vetrata a ricezione attiva, una lastra composta di cristalli fotosensibili studiati apposta per dare l’illusione della profondità. L’effetto era talmente realistico da indurre nello spettatore la sensazione di vertigine che si prova fissando una massa d’acqua in movimento: si aveva l’impressione di esserne attirati e di venire risucchiati in un vortice spumeggiante, tanto che, più di una volta, Larry si sorprese a chiudere istintivamente gli occhi per prepararsi ad un tuffo immaginario. Il sistema elettronico di sintesi sonora era del tipo ad immersione ambientale totale, ed il rumore dell’acqua scrosciante era forse più fedele alla realtà dell’originale. Al di sopra del brontolio di fondo si levavano gli acuti richiami di uccelli tropicali e, di quando in quando, il computer inseriva, con un tocco da maestro, il suono dolce del vento che soffiava tra le foglie di una fitta foresta. L’ufficio, situato al centoquattresimo piano del grattacielo della Foster Research Corporation, nel cuore di Los Angeles, era arredato con raffinati pezzi Art Nouveau. Non copie, ben inteso (alla Foster non erano ammesso niente che non fosse di buon gusto), ma arredi originali del primo novecento e, come tali, costosissimi. L’impianto di illuminazione era costituito da alcune lampade Tiffany, che gli psicoarchitetti avevano sapientemente posizionato nei punti più idonei a creare una penombra diffusa ed appagante, una luce leggera come un velo di seta che, per contrasto, metteva in risalto l’ologramma sulla vetrata. Il fine era quello di concentrare l’attenzione sulla proiezione laser e non sul funzionario della Foster che, grazie a quella serie di accorgimenti, restava al margine della sfera di percezione del suo ospite come un etereo semidio in doppiopetto. Robertson, così si era presentato quell’uomo dal profilo squadrato e dall’aria estremamente professionale, sorrideva sforzandosi di non mostrare la propria impazienza. Era seduto di fronte a Larry in una comoda poltrona in pelle umana biosintetica color afro, e dava le spalle alla cascata virtuale. Non aveva dubbi sull’esito del colloquio: secondo la filosofia della Foster, non esistevano “potenziali” clienti, ma solo clienti acquisiti. Era solo una questione di tempo. Del tempo, per la precisione, impiegato dalla stimolazione sensoriale audiovisiva a rendere malleabile la volontà dell’interlocutore. Larry immaginava che avesse una lunga lista d’attesa per la mattinata, e che intendesse sbrigare la sua pratica prima possibile. Ma lui non si sentiva pronto, non ancora: aveva bisogno di capirne di più. Robertson lo incalzò pensando che fosse giunto il momento di passare alla fase contrattuale. “Cosa la rende ancora incerto, signor Mancini? La cifra?” “No” rispose Larry. “Per quanto novantamila dollari non siano esattamente bruscolini. E’ solo che... ” “Ah, capisco” lo interruppe l’altro. “Problemi di coscienza, vero? Scommetto che si vergogna un po’ di quello che si accinge a fare... ” “Ehi, non ho ancora deciso se farlo, per la verità” cercò di giustificarsi Larry. “E’ solo che non mi è del tutto chiaro come funziona la cosa... ” Robertson respirò profondamente, come per far capire al suo interlocutore di quanta pazienza fosse capace, poi attaccò. “Va bene, signor Mancini. Le ripeterò un’ultima volta le condizioni proposte dalla Foster Research. Come le ho già detto, la nostra azienda ha brevettato, parecchi anni fa, la clonazione umana programmata. Questo, a grandi linee, vuol dire che siamo in grado di produrre esseri umani adulti perfetti, le cui caratteristiche fisiche e psicologiche sono determinabili a priori, secondo le indicazioni fornite dal cliente. Le implicazioni commerciali sono praticamente illimitate: si va dalla richiesta d’organi per i trapianti, alla mano d’opera per i lavori più ingrati e pericolosi, oltre al settore di suo specifico interesse, naturalmente, che è quello del puro e semplice piacere personale”. “Piacere personale lo definirei un eufemismo: a me sembra piuttosto una forma raffinata di prostituzione” lo interruppe Larry. “Oh, non direi, anche se potrebbe sembrarlo.” Robertson ammiccò con l’aria di chi la sapeva lunga. “Ma ci sono fondamentali differenze: lei ha mai avuto rapporti con prostitute?” “Occasionalmente” rispose Larry arrossendo. “Dopo che morì mia moglie, io... ” “Non deve giustificarsi con me, signor Mancini” lo rincuorò Robertson tendendosi verso di lui e poggiandogli amichevolmente una mano sul braccio. “E’ perfettamente normale che un adulto sano abbia certe pulsioni. Ma, mi dica: quei brevi rapporti l’hanno soddisfatta? Voglio dire: quelle donne, le ha sentite veramente sue?” La conversazione stava prendendo una piega che a Larry non piacque. Chi lo aveva indirizzato alla Foster gli aveva parlato della pressione psicologica che veniva esercitata sui clienti e, in effetti, gli veniva da pensare che Robertson fosse un ibrido perfetto tra un imbonitore commerciale ed uno psichiatra. Si sentiva stordito, ma intendeva restare ancorato alla realtà senza lasciarsi fuorviare dai modi affabili dell’altro. Larry rispose alla domanda facendo cenno di no. Robertson gli elargì un largo sorriso di comprensione; tornò a raddrizzarsi contro lo schienale e sfoderò l’espressione di chi è in procinto di proporre l’affare del secolo. “Vede?” proseguì. “E’ proprio questo che intendevo. Una prostituta, per quanto brava, rimane pur sempre ciò che è: una mercenaria che vende il proprio corpo per denaro. Non sarà mai veramente sua, se capisce cosa intendo... Ed è qui che è nata l’idea geniale dei ricercatori della Foster: mettere, a disposizione dei clienti, femmine completamente consenzienti e innamorate, disposte a tutto pur di soddisfare il loro signore e padrone. Noi le creeremo una donna su misura, signor Mancini. Una volta che il computer avrà stabilito i suoi gusti con sufficiente precisione, potremo avviare la produzione dell’OGP che sarà la sua schiava per i prossimi sei mesi.” “Che cosa vuol dire OGP?” “Oh, sì, perdoni il nostro eccessivo amore per le sigle: sta per Organismo Geneticamente Programmato. Sarà poi lei a dirci quali inclinazioni particolari desidera per la sua compagna.” “Particolari?” chiese Larry incuriosito. “Sì, certo. Il sesso è un terreno molto vasto, ed i gusti variano da persona a persona... Ad esempio, abbiamo un sacco di clienti dediti ai rapporti sadomaso: in genere richiedono OGP programmate per subire ogni tipo di sevizia, anche la più cruenta, in modo da poter soddisfare voglie non altrimenti soddisfabili. Sa, non sempre si ha una partner disponibile... inoltre c’è il problema di non andare oltre certi limiti imposti dalla legge.” “Capisco.” Larry annuì, più che altro per non fare la figura dell’idiota, ma l’intera questione gli provocava la stessa, spiacevole sensazione di vertigine che gli procurava l’ologramma della cascata. Era come se la situazione gli stesse sfuggendo di mano o, meglio, come se fosse vittima di una raffinata forma d’ipnosi. “E l’OGP in questione”, soggiunse, “si sottopone volontariamente alla tortura che il suo padrone desidera infliggergli. Immagino che questi organismi siano programmati per non avvertire dolore... ” “Oh, no, al contrario” rispose Robertson ridacchiando con aria complice, “altrimenti che gusto ci sarebbe? La vittima deve provare dolore in un rapporto sadomaso, o non avrebbe senso. Le schiave di quel tipo hanno, anzi, un patrimonio genetico alterato in modo che le terminazioni nervose risultino dieci volte più sensibili del normale e, in aggiunta, il loro cervello non può produrre le endorfine che sono, come lei saprà, gli analgesici naturali del nostro corpo. In parole povere sono costrette a sopportare la tortura senza avere neanche la possibilità di perdere i sensi.” “Ma è abominevole!” esclamò Larry indignato. “E’ una vera barbarie!” “Assolutamente no, signor Mancini. Sta perdendo di vista un fatto sostanziale: gli OGP non sono esseri umani nel senso stretto del termine. Essi esistono solo perché noi vogliamo che esistano. Non hanno alcun diritto giuridico e possono essere trattati come meglio crediamo. Sono prodotti dai nostri laboratori, ricorda? Qualsiasi considerazione di natura morale è già stata superata a suo tempo, quando il senato degli Stati Uniti prima, e l’ONU poi, hanno ratificato il protocollo sugli esseri umani prodotti artificialmente. Del resto, non deve dimenticare che gli OGP hanno sei mesi di vita a disposizione: questo è un punto importante che non mi stanco mai di ricordare ai clienti. Allo scadere del contratto, l’organismo deve ritornare alla sede della Foster per essere soppresso. Parlo dei SEX-OGP, naturalmente, quelli che interessano a noi. Per gli schiavi operai i termini possono essere più lunghi, anche se il loro destino è comunque la terminazione.” “Ma perché ucciderli, accidenti, che bisogno c’è?” “Amico mio, la legislazione è molto chiara: non si può permettere lo sviluppo di una popolazione, diciamo così, parallela. Ha idea della casistica legale che si verrebbe a creare? Senza contare il fatto che gli OGP sono perfettamente umani e, come tali, necessitano di una regolare alimentazione: non si può pensare che le risorse del pianeta vengano messe loro a disposizione, quando ce n’è a malapena per noi... ” Già. E senza voler prendere in considerazione i vantaggi economici per la Foster, visto che il cliente sarà costretto a ricomprare un OGP ogni sei mesi, pensò Larry. Ma questo non lo disse a Robertson. “Il problema si pone molto più delicato proprio per i SEX-OGP.” Continuò il funzionario. “Non è infatti raro che il compratore s’innamori della propria schiava. Qualcuno è addirittura arrivato a volerla sposare... ” “Ed è mai successo? Voglio dire, qualcuno c’è riuscito?” “Ufficialmente no, ufficiosamente sì, detto tra noi. E’ bastato ungere qualche ruota. Ma se lo levi dalla testa, nel caso: dubito che una persona normale, come lei e me, potrebbe permetterselo. Parliamo di cifre che viaggiano oltre i cinque milioni di dollari.” Larry non riuscì a trattenere un fischio. “Stupito? Anche la legge ha un suo prezzo. Ma mi creda: è una situazione limite.” Robertson stirò un’immaginaria piega nella cravatta color grigio perla, che risaltava elegantemente sul completo nero. “La maggior parte degli uomini che vengono qua” spiegò, “desidera solo un diversivo al grigiore di tutti i giorni: nessuno di loro ha voglia di impegnarsi in rapporti duraturi, che portano inevitabilmente a complicazioni. Immagino ci si debba già considerare fortunati a disporre dei soldi necessari a concedersi questo, diciamo così, capriccio.” Il funzionario si sporse leggermente verso Larry e lo fissò dritto negli occhi, come se volesse costringerlo ad imprimersi bene in testa ciò che gli stava dicendo. “Ah, voglio farle notare che i novantamila dollari sono un prezzo di favore, che pratichiamo solo a quelli che vengono qui per la prima volta. Vede, il costo di produzione di un OGP è molto alto, più o meno dell’ordine della cifra che le è stata richiesta. La prima fornitura, per noi, è praticamente in pareggio. E’ una promozione, chiamiamola così. Noi contiamo sul fatto che, chi viene alla Foster, in genere, ci torna. Le schiave che vorrà ordinare successivamente costeranno poco più del doppio: duecentomila dollari, per la precisione. Allora?” Larry si torturò le dita intrecciandole nervosamente. Il proiettore olografico, sul vetro, continuava a rappresentare la scena improbabile delle cascate. L’effetto ipnotico era decisamente efficace, ed era forse quello il motivo per cui il computer non era programmato per variare la scena ogni dieci o quindici minuti, come avveniva solitamente negli uffici commerciali. L’ossessionante ripetizione dello stesso effetto fono-ottico ottundeva i sensi e fiaccava la volontà. “Non le nascondo” disse scuotendosi dal torpore, “che la cosa mi tenta parecchio. Tuttavia non so ancora decidermi. Credo di aver bisogno di tempo per riflettere.” “Ha una settimana, signor Mancini. Passata la quale dovrà aspettare il turno di produzione successivo, tra un paio di mesi. Ma lasci che le chieda una cosa: quanti anni ha?” La domanda colse Larry di sorpresa. Robertson era passato da un tono suadente ad uno più secco. Forse era un cambiamento voluto, come lo schiocco delle dita di un ipnotizzatore. Anche le luci si erano improvvisamente alzate, mentre il mormorio della cascata ed i suoni della foresta non si udivano quasi più. Era, verosimilmente, il segnale che annunciava la fine del colloquio. “Quarantasei, perché?” si sforzò di rispondere. “Si rende conto di essere un bell’uomo, immagino” disse Robertson gettando un’occhiata alla porta e lasciando intendere di aspettare qualcuno da un momento all’altro. “Pensa che una donna possa ancora innamorarsi di lei? Sì, immagino di sì. Ma quali sono le probabilità che riesca ad avere un rapporto con una ragazza di vent’anni? Perché è questo che le stiamo proponendo: una donna giovane e bella, come forse neanche osa sognare. Una donna innamorata e adorante, ben inteso. Ci pensi.” “Ci penserò” rispose Larry alzandosi. “Le telefonerò nei prossimi giorni per farle sapere la mia decisione.” Inconsciamente si volse a guardare la poltrona sulla quale era stato seduto negli ultimi trenta minuti, e si rese conto che non era in pelle umana biosintetica come quella di Robertson, bensì in fibra E-Psi o elettropsichica. Era un materiale rivoluzionario che veniva sintetizzato amalgamando molecole organiche e semiconduttori. La struttura era assemblata in modo da creare una rete a nido d’ape di nanocomputer bioelettronici, che interagivano con il corpo umano analizzandone le fluttuazioni di calore o di campo elettrico e che assorbivano come una spugna le onde alfa emesse dal cervello. La poltrona era in grado di elaborare i dati acquisiti stabilendo quale tipo di emozione stava provando il soggetto che vi stava seduto sopra, e compensava gli stati d’animo negativi rilasciando particolari macromolecole correttive, che venivano assorbite attraverso la pelle. Aveva già visto qualcosa del genere nei locali notturni, dove i divani e le poltrone rivestite di fibra E-Psi erano usate per rendere i clienti più arrendevoli alle avance delle entraîneuse. Robertson gli tese la mano distogliendolo dalle sue divagazioni. Larry La strinse con riluttanza, perché quell’uomo, per quanti sforzi facesse, non gli piaceva. C’era qualcosa di viscido e sfuggente in lui. Uscì nel corridoio illuminato da lampade azzurrine. Si voltò un’ultima volta prima di entrare nell’ascensore: Robertson era ancora sulla porta dell’ufficio e lo stava guardando come farebbe un serpente con la preda. Si chiese quale fosse la sua provvigione in caso di conclusione dell’affare. Pigiò il pulsante con la freccia rivolta verso il basso ed i battenti si chiusero. Nessuno fece caso a lui nell’atrio. Be’, a dire la verità, nessuno faceva caso a nessun altro nella Los Angeles del 2080. S’immerse nel grigiore freddo della quinta strada, con le auto che sfrecciavano sull’asfalto a velocità folle. Udì i caratteristici sibili, distorti dall’effetto Doppler, dei motori elettrodiesel a turbina mentre, tutt’intorno a lui, gente indaffarata fluiva costantemente sui marciapiedi come un fiume in piena. Il cielo, oltre le cime dei palazzi, era greve di nubi dai colori metallici che minacciavano pioggia. Vide le punte aguzze dei proiettori di campo che, da sopra i tetti, si protendevano nel vuoto come dardi minacciosi. Il loro compito era quello di proteggere la città dall’inquinamento venefico delle fabbriche, ma non sempre ci riuscivano. Il principio su cui si basavano, quello della dispersione magnetica delle particelle di pulviscolo, intorno alle quali condensavano i vapori tossici, era efficace ma piuttosto instabile. Sulla costa occidentale, dove la concentrazione di stabilimenti industriali era spaventosamente più alta che in ogni altra parte degli Stati Uniti, i circuiti andavano spesso in sovraccarico e, talvolta, non erano sufficienti ad impedire le piogge acide che, grazie a più di un secolo di scarichi scriteriati nell’atmosfera, erano diventate una costante del clima umido del Pacifico. Molto sopra di lui, distesa come la coda di una cometa sull’interminabile labirinto di isolati della città di superficie, correva la superstrada aerea che avrebbe dovuto decongestionare il traffico, almeno nelle intenzioni dei progettisti. In realtà era una trappola mortale, perché nessuno aveva pensato di tenere su rampe separate le corsie di scorrimento veloce. Negli incroci, i bolidi a turbina finivano spesso per collidere come fasci di particelle accelerate da un ciclotrone, dando origine ad esplosioni tanto spettacolari quanto disastrose. Non per niente, quando i cittadini di Los Angeles sapevano di doversi avventurare sulla sopraelevata, si preparavano psicologicamente come piloti da caccia prima di un combattimento aereo. L’UMTS, il terminale multifunzione da polso, avvisò Larry di una chiamata in arrivo: era il computer di casa che chiedeva conferma dell’accensione dell’impianto di riscaldamento. Digitò il codice di autorizzazione ed il telefono ipermediale interruppe il collegamento video per lasciar posto al quadrante dell’orologio. Una donna sui quaranta, in minigonna e corpetto trasparente, lo avvicinò chiedendogli da accendere. Il volto era mascherato da uno strato di trucco pesante e traslucido, ed aveva gli occhi cerchiati, come accadeva spesso a quelle che, come lei, facevano un regolare uso di stimolanti sintetici di ferormoni, i composti organici inodori che, in natura, avevano il compito di attirare l’altro sesso. Sostanze simili riuscivano a compensare parte della bellezza e del fascino persi con l’età, ma causavano una rapida degenerazione delle cellule nervose. Quella donna avrebbe brillato come un falò per qualche anno ancora, attirando i maschi come falene, poi si sarebbe spenta rapidamente ed avrebbe concluso i suoi giorni in un ospizio, sempre che avesse messo da parte abbastanza soldi per poterselo permettere. La sigaretta era una scusa, ovviamente. In altri momenti Larry avrebbe reagito con fastidio, forse l’avrebbe allontanata in malo modo, ma non quel giorno: non si sentiva in vena di conflitti con il mondo. Ne ebbe compassione e le allungò cinque dollari. La donna non lo ringraziò: prese i soldi e lo mandò a quel paese. Forse si era risentita per lo scarso interesse dimostrato nei suoi confronti. Lui si chiese se quelle come lei avrebbero avuto un futuro, ora che gli OGP stavano invadendo il mercato. Immaginava di sì, considerato il costo esorbitante di una schiava: nessuno con un reddito appena normale avrebbe mai potuto permettersene una. No, le squillo da strada avrebbero continuato a battere i marciapiedi per diversi decenni, almeno fino a quando la produzione non si fosse ampliata a tal punto da far crollare i prezzi. Dubitava, tuttavia, che la Foster lo avrebbe mai permesso. L’insegna di una cabina multimediale lampeggiava all’angolo della via, e Larry ne approfittò per ritirare un po’ di contante. La voce femminile sintetizzata lo salutò con un suadente “Buongiorno”, e sullo schermo comparve il menù. Sfiorò le icone di due pulsanti, in successione, ed il sistema gli comunicò di rimanere in attesa per la comparazione delle impronte con il database centrale. La signorina virtuale gli confermò l’identificazione e chiese quale operazione intendesse effettuare: “Tocchi l’area uno per la movimentazione di liquido; la due per ricaricare la carta di credito, la tre per visualizzare il saldo e la lista operazioni. Per opzioni multiple digiti shift M sulla tastiera a bordo video. Se desidera un’interfaccia di coscienza con la rete, può servirsi dello psico-Kit alla sua destra”. Larry ritirò il liquido e ricaricò la carta per circa ventimila dollari. Poi controllò quanto rimaneva sul conto alla National Bank. Ce n’era più che a sufficienza per il suo capriccio, qualora avesse deciso per il sì. La voce di Miss Chip al silicio lo salutò mentre usciva dalla cabina: “Arrivederci, signor Mancini, e grazie per aver utilizzato un terminale della Nakata Electronics”. Si avviò verso casa senza aver risolto il dilemma di coscienza che lo angosciava. Sì, Robertson era stato abbastanza convincente, ma creare un essere umano per poi farlo tornare nel nulla lo faceva sentire un assassino. Probabilmente era stupido, in un’epoca in cui tutto era retto da una logica cinica e spietata, ma non poteva farci niente. Salì le scale rifiutandosi di prendere l’ascensore: conduceva una vita anche troppo sedentaria ed aveva bisogno di un minimo di movimento per mantenere il fisico in esercizio. Era uno dei motivi per cui non aveva mai voluto comprare un’automobile. L’altro era la sua congenita incapacità di guidare a quattrocento miglia all’ora su un’arteria trafficata. Ricordava ancora cos’era rimasto di sua moglie quando era andata a sbattere contro un muro per un mal funzionamento del sistema computerizzato di navigazione. Incidenti che possono capitare, avevano detto i tecnici della polizia; un banale errore di software nell’apparato di comunicazione col sistema di orientamento satellitare. Forse un virus scaricato nell’unità di controllo durante una comunicazione UMTS. Comunque Alice non c’era più, e poco importava capire il perché. Avvicinò l’occhio destro al pannello di controllo situato a lato della porta d’ingresso; il lettore laser scansionò la retina e lo identificò come il legittimo padrone di casa. Il pannello di acciaio temperato scivolò nella parete con un sibilo leggero per richiudersi, subito dopo, alle sue spalle. “Luce, bagno caldo e opzioni per la cena” disse a voce alta. OMAR, l’elaboratore domestico, gli parlò da una cassa acustica mimetizzata in un armadio a muro del soggiorno. “Il bagno sarà pronto tra quattro minuti; le possibilità di oggi sono cena cinese o maccheroni al microonde. Se va bene il menù orientale devo passare l’ordinazione entro le ore diciannove. Bentornato, Larry”. “Grazie, OMAR. I maccheroni andranno benissimo.” “Attenderò che tu esca dal bagno. Desideri un po’ di musica?” “Verdi, grazie. Nabucco” rispose lui pensando che il coro degli schiavi ebrei si accordasse con la sua visita alla Foster. Di sua iniziativa, OMAR proiettò sulle pareti ologrammi di paesaggi innevati e boschi di conifere. Sapeva che al suo padrone piacevano, e li aveva selezionati personalmente dalla rete scaricandoli da “World at home”, il sito che, come diceva il nome stesso, portava il mondo in casa di chi non aveva la voglia o la possibilità di viaggiare. Larry entrò in bagno e si lasciò massaggiare i piedi nudi dalle fibre in pseudoerba della moquette attiva. Si immerse nell’acqua bollente con infinito piacere, ascoltando ad occhi chiusi le note struggenti della melodia di Verdi. Giocherellò con la schiuma alla fragranza di tundra e si sentì tornare, per pochi momenti, bambino. Ma non era un gioco da bambini quello che si accingeva a fare, tutt’altro. Era evidente che non sarebbe mai riuscito a prendere una decisione da solo: una parte di lui voleva una donna che gli facesse compagnia, che lo amasse, che... be’, in fondo perché negarlo? Che gli facesse fare sesso! Ma la parte che più odiava di se stesso, quella che lo aveva sempre ostacolato nella vita, con le sue remore ed il suo perbenismo, lo ammoniva che stava incamminandosi lungo una strada pericolosa. Al diavolo! Credeva forse di avere un’alternativa? A quarantasei anni non si può contare su una cerchia di amici (e soprattutto di amiche) da eleggere a terreno di caccia come possono fare i ragazzi. A quelli come lui restava la rete, che fagocitava gli utenti incauti come un’ameba e li risucchiava in una selva di cavi a fibre ottiche, di dialoghi a distanza con misteriose Trycia o Helena e di comunicazioni incrociate attraverso un limbo elettronico che mascherava tutto quello che c’era da mascherare. Sempre che ci si volesse accontentare di guardare passivamente lo schermo di un terminale e non si preferisse, piuttosto, trasferire la propria coscienza nel Web tramite l’apposita interfaccia: così ci si poteva incontrare realmente, nel senso cibernetico del termine, ed apparire molto più attraenti di come si fosse nella vita quotidiana. Si provava l’esperienza di fare l’amore con una bionda da capogiro assaporando le stesse sensazioni di un amplesso vero, o quasi. Ma non era vero e lo si sapeva, sebbene fosse facile dimenticarsene. Perché la bionda aveva magari gli stessi anni di Noè, e forse non era neanche bionda, così come il suo partner virtuale non era alto, bello e muscoloso come un divo del 3D. La rete era un’illusoria tela di ragno, un surrogato del mondo. In essa si cercava la fuga, l’evasione, il non essere o l’oblio. Era droga allo stato puro e, come tale, poteva friggere il cervello. Le interfacce di coscienza erano pericolose e davano dipendenza, che diventava patologica se l’internauta aveva la sventura di finire in certi siti, ufficialmente proibiti dalla legge informatica ma diffusi a macchia d’olio, nei quali veniva sottoposto, senza rendersene conto, ad un condizionamento subliminale. Il rischio di un virus, inoltre, era sempre in agguato. Come una sanguisuga avvinghiata famelicamente alla proiezione elettronica del navigatore, il programma infetto arrivava sino al cuore del sistema operativo e distruggeva il software dell’interfaccia prima che la vittima avesse il tempo di scollegarsi. A quel punto c’erano due alternative: o la mente restava imprigionata nelle rete mentre il cervello fisico entrava in coma, o la coscienza riusciva a tornare indietro comunque. Ma, in quest’ultimo caso, i neuroni del malcapitato assorbivano una tale massa di dati incoerenti da sovraccaricare le terminazioni nervose e bruciarle, proprio come in un corto circuito, rendendo il soggetto simile ad un vegetale. Nessuna delle due cose era piacevole. In effetti, Larry non usava più da tempo l’interfaccia di coscienza, anche se la polizia informatica aveva reso la rete molto più sicura ed i pericoli d’incidenti erano molto diminuiti. Ma forse la sua non era paura: era semplicemente la nausea per l’assurda illusione nella quale s’era accorto di vivere. La voce profonda di OMAR lo ridestò dallo stato di torpore indotto dall’acqua calda. “Larry, hai visite. E’ Gerald. Devo farlo accomodare in salotto?” Gerald era il suo vicino di pianerottolo, più un amico che un semplice conoscente. Un tipo strano, uno di quelli che amava ancora leggere libri quando i libri erano sempre più rari da trovare, sostituiti dai lettori portatili a micro CD; un libero pensatore, insomma. Una specie di mosca bianca che sembrava decisamente fuori posto in quella città e, soprattutto, in quel tempo. La persona giusta per dargli un consiglio, anche se già aveva una mezza idea di quel che gli avrebbe detto. Diede istruzioni ad OMAR perché lo facesse entrare e gli servisse un aperitivo. Uscì dalla vasca e si infilò l’accappatoio; si guardò allo specchio e non si piacque. Seguì col dito il profilo marcato degli zigomi e del naso e cercò nuove rughe nella pelle olivastra che tradiva le sue origini italiane. Si ravviò i capelli, neri con qualche spruzzata di grigio, e constatò che i danni dell’età cominciavano a farsi evidenti: questione di una decina d’anni ed un uomo interessante avrebbe lasciato posto ad un attempato signore sul viale del tramonto. Rise di sé per esorcizzare il fantasma dell’inevitabile. Si chiese se il suo desiderio di un SEX-OGP non fosse altro che un modo più raffinato di rituffarsi nell’illusione dell’eterna giovinezza. No, la verità era che si sentiva solo, disperatamente solo, e che aveva bisogno di qualcuno accanto. Anzi: non di qualcuno in generale, ma di una donna. OMAR gli fece arrivare i vestiti di ricambio dal dispensatore automatico della stanza da bagno; Larry inserì gli abiti usati nel circuito di riciclo e manutenzione ed attese che il soffio pneumatico confermasse l’avvenuto invio all’impianto di lavaggio. Si rese presentabile e s’affacciò alla porta del soggiorno, dove Gerald lo accolse con un sorriso. “Ehilà” lo salutò. “Stavi per cenare?” Larry ridacchiò. “Immagino che questo sia un autoinvito... sbaglio?” “No, non sbagli” disse Gerald rigirando nella coppa di Martini lo stuzzicadenti con l’oliva. “Mi sentivo solo, di là, così ho pensato che potessi sentirti solo anche tu... Mangiare in compagnia sarebbe il rimedio migliore per tutti e due: è così difficile, in questo dannato palazzo, poter trovare qualcuno con cui parlare... Sai che i Donald se ne sono andati?” Il vecchio aveva parlato fissando con aria assente il bicchiere, entro il quale il liquore oscillava lambendo le pareti di cristallo con flutti di colore rosso sangue. Era in imbarazzo non tanto per il fatto di scroccare la cena, quanto per l’abitudine di cercare il conforto del suo dirimpettaio ogni volta che la solitudine si faceva troppo pesante per poterla sopportare. Quella della partenza dei coinquilini era solo una scusa, ma Larry, che ben conosceva l’amico e che, al pari dell’altro, quella sera aveva bisogno di sentire una voce amica, stette al gioco fingendo interesse, anche se dei Donald, che aveva conosciuto solo di vista, non gli importava niente. “No, davvero? Un peccato, specie per lei. Era davvero carina. Stufi della quattordicesima strada o di Los Angeles in generale?” “Di Los Angeles, direi” rispose Gerald facendosi inspiegabilmente più serio. “Lui ha trovato un lavoro a Silicon Valley. Sono passati dal niente in mezzo al tutto, al tutto nel bel mezzo del niente!” “Cos’hai contro i tritasilicio?” “Nulla” disse il vecchio infilandosi in bocca un’oliva per accompagnare il sorso di Martini. “E tu, Larry? Pensi che laggiù ci sia qualcosa di buono?” “Laggiù non so. Nel microonde c’è sicuramente, se OMAR ha fatto il suo dovere. Coraggio, mettiamoci a tavola.” Passarono dal soggiorno alla sala da pranzo. Gerald si guardò intorno con interesse, anche se aveva già visto quella stanza molte volte. Ricavò, da quel breve esame dell’ambiente, la stessa impressione che ne aveva ricevuto in tutti i precedenti incontri: mancava qualcosa, probabilmente la stessa cosa che mancava nel cuore di Larry, cioè quel tocco d’amore che solo una donna sa dare. L’arredamento era semplice e lineare, funzionale per uno scapolo ma assolutamente freddo per la sensibilità di una moglie; non si vedevano centrini di pizzo, porcellane antiche del centro Europa o, in barba ai dettami della moda del momento, quei vetri Lalique che avrebbero strappato gridolini di gioia ad ogni signora della buona società che volesse veramente definirsi tale. Lì tutto era artefatto, sintetico, compresa la tovaglia in plastica vegetale riciclabile che copriva la tavola. Solo un servizio in cristallo di Boemia rompeva quella piatta uniformità ma, chissà per quale motivo, Larry non amava mostrarlo a nessuno. Gerald lo aveva visto in un paio di occasioni, e sapeva che era gelosamente custodito nel mobile che occupava tutta la parete di fondo del soggiorno. Era un armadio a chiave elettronica, di quelli che consentivano alle ante di aprirsi solo se le superfici di metallo venivano sfiorate dalla mano del proprietario. Là dentro, Gerald lo sapeva bene, Larry conservava anche la foto di sua moglie Alice. Una foto vera, in bianco e nero, non un ologramma: una rarità, perché nessuno usava più le antiche tecniche da parecchi anni. Era molto più preziosa del servizio di cristallo, ma il vecchio non credeva che il suo amico la tenesse chiusa solo per proteggerla dai ladri: probabilmente voleva solo preservare un ricordo, un mondo che aveva perso per sempre e che non sarebbe tornato più. Oppure voleva solo proteggere se stesso dal dolore che accarezzare quel volto fissato sulla carta gli avrebbe procurato. Fu Larry a servire e Gerald a dare istruzioni al computer per il vino adatto. Il vecchio non era un tipo da birra: troppo raffinato, forse troppo nostalgico di qualcosa che andava scomparendo. Le viti erano diventate piante rarissime che sopravvivevano solo in alcune regioni dell’Europa meridionale. Non era stato l’inquinamento, ma una semplice legge di mercato: le coltivazioni transgeniche, tra cui quella del luppolo, s’erano rivelate molto più redditizie, e la viticoltura era quasi scomparsa, abbandonata in favore di quel che meglio si prestava allo sfruttamento intensivo del suolo. Forse anche Gerald era destinato a scomparire, un giorno o l’altro. Il suo aspetto vissuto, da gentiluomo inglese d’altri tempi, era anacronistico se inserito nei ritmi scanditi dalla società frenetica del ventunesimo secolo. Gli occhi limpidi dell’uomo, che non aveva mai fatto uso di droghe, neanche di quelle più leggere, erano scintille luminose nel sonno generale della ragione, un appiglio al quale veniva spontaneo aggrapparsi. Il volto affilato, scavato dalle rughe, testimoniava suo malgrado il rifiuto per qualsiasi forma di ricostruzione artificiale delle cellule in decadimento: come avrebbe reagito, rigido com’era nelle sue convinzioni, a quanto Larry aveva da confessargli? “Non male quel vino italiano, vero?” chiese al vecchio. In realtà, avrebbe voluto esordire con: “Sai, oggi sono andato alla Foster per comperarmi una schiava” ma non ne ebbe il coraggio. Lo avrebbe trovato nel corso della serata, almeno sperava. Gerald sollevò lo sguardo dal piatto e lo guardò perplesso: il tono dell’altro era stato talmente strano da lasciargli capire che stava nascondendo qualcosa. Pensò di porgli una domanda diretta per indurlo a confidarsi, ma non lo fece e lasciò che Larry parlasse del tempo, dell’elezione del presidente, dei Donald che se n’erano andati e di Alice che non c’era più. Quella fu per Gerald la conferma definitiva che la serata non stava andando per il verso giusto, perché Larry non parlava mai di sua moglie: la teneva protetta in un cantuccio della memoria e la serbava unicamente per sé. I maccheroni sparirono in un baleno, e Larry e Gerald si ritrovarono sul divano a sorseggiare uno Scotch d’annata. La tele-3D, sulla parete di fondo del soggiorno, inondava la stanza di chiacchiere inutili ed immagini ipnotiche. Non più inutili, comunque, delle banalità di cui Larry ed il vecchio avevano discusso a tavola poco prima. Gerald era stato paziente: aveva atteso che l’altro fosse nello stato d’animo giusto per tirare fuori ciò che l’angustiava, ma adesso era il momento di venire al dunque. “Coraggio, di’ quello che stai cercando di dirmi dall’inizio della serata e facciamola finita.” Larry, preso un po’ in contropiede dall’esortazione dell’amico, si decise finalmente ad affrontare l’argomento che gli premeva. Tirare fuori le parole era difficile, ma sapeva che doveva farlo e cominciò a raccontare. Ogni tanto gettava uno sguardo alla tele-3D, giusto per alleggerire la tensione. Oppure fissava Gerald interrompendo il racconto per qualche istante, nel tentativo di studiarne le reazioni, ma il vecchio non fece mai commenti e rimase sempre assolutamente immobile. L’imbarazzo iniziale di Larry diminuì col passare dei minuti, forse perché Gerald non era ancora intervenuto o, più probabilmente, perché il suo era in realtà un monologo, e non un dialogo. Stava cercando di convincere se stesso, non il suo ascoltatore. L’espressione del vecchio rimase impenetrabile anche quando Larry ebbe finito di raccontare. Gerald continuò a fissare gelidamente il liquore ambrato, che ancora rimaneva sul fondo del bicchiere, come se in quelle due dita di scotch fosse nascosto il segreto del più favoloso tesoro del mondo. Il suo sguardo era quello di un capo indiano d’altri tempi, di un vecchio Apache che sembrava cercare le risposte ai perché della vita nell’imprevedibile moto delle nuvole in volo sopra l’orizzonte. Si capiva che la Foster non gli andava a genio, che non gli piaceva la storia degli OGP e che doveva essere rimasto deluso dal fatto stesso che Larry si fosse rivolto ai mercanti di schiavi, come li chiamava la maggior parte della gente. “Dunque” sbottò Gerald uscendo all’improvviso dal suo stato di apparente indifferenza, “cosa vorresti da me? Una specie di benedizione?” “No, nulla che sembri una via di fuga per la mia coscienza, se è questo che intendi” rispose Larry senza avere il coraggio di guardarlo negli occhi. “Non intendo scaricare parte delle mie responsabilità, se mai ce ne sono, su qualcun altro.” “Se mai ce ne sono?” Il viso del vecchio mutò d’espressione tradendone la rabbia; il calice di scotch gli oscillò pericolosamente in mano. “Allora Robertson ti ha davvero fatto il lavaggio del cervello! Cristo! Ma hai capito di cosa si sta parlando? Non sono bambole, sono donne vere! Possono dire quel che vogliono, sui diritti e tutte le altre balle, ma sono persone come me e te, capisci? P E R S O N E. E le riducono in schiavitù, le umiliano, le sfruttano, qualche volta le torturano e poi le ammazzano! E tu mi vieni a parlare di responsabilità eventuali? Questo è un crimine legalizzato, uno dei tanti che si sono perpetrati dall’inizio del secolo ad oggi. Non ha importanza se, a suo tempo, le Nazioni Unite hanno chiuso ambedue gli occhi sulla Foster: ci hanno pensato i milioni di dollari generosamente sborsati dal signor August Foster padre a distorcere nel modo voluto il senso etico di governanti e uomini di chiesa. E suo figlio, August Jr., ha seguito la stessa strada. Mi stupisco solo che il buon Dio non abbia ancora mandato sulla terra un secondo diluvio per cancellarci tutti e ricominciare da zero.” Cadde un lungo silenzio in cui Gerald cercò di farsi passare quell’insolito attacco di rabbia. Non sapeva cosa gli fosse preso, non era da lui reagire così. Oppure lo sapeva benissimo, e proprio lì stava il problema. Era il suo amico a non sapere nulla: quell’uomo indifeso e avvilito che stava fissando imbambolato la 3D per non essere costretto a leggergli in faccia una condanna senz’appello e per cercare, arrampicandosi su invisibili specchi mentali, una giustificazione a quanto aveva deciso di fare. Perché Gerald sapeva che l’altro aveva già deciso, anche se non aveva ancora trovato il coraggio di ammetterlo con se stesso o con chiunque altro. “Io mi sento solo, Gerald... ” mormorò Larry chinando il capo. Il vecchio gli mise una mano sulla spalla ed ammorbidì il tono di voce: “Lo so, lo capisco. E ti prego di scusarmi se mi sono lasciato trasportare dalla rabbia. Sai, non era con te che l’avevo veramente... E’ solo che sono furioso con chi ha permesso che tutto questo potesse accadere. Ma quel che vorrai fare andrà benissimo anche per me, e puoi star certo che resteremo amici comunque, per quanto non approvi le tue scelte”. Larry non era del tutto sicuro che Gerald avesse veramente compreso il suo stato d’animo e le sue esigenze, né che si fosse deciso a rinunciare a convincerlo. Forse aveva parlato così solo per compassione, forse per amicizia: un termine tanto fuori moda, in quei tempi bui, ma che per il vecchio conservava un valore ed un significato. “Ti ringrazio” disse, “anche se ancora non ho preso una decisione. E tu non mi hai reso le cose più facili perché, dopo che mi hai messo davanti quel che avevo volutamente cercato di ignorare, ho più dubbi di prima. Non voglio trovare una scusa, ma sono certo che non le farei mai del male, sai? Non sono il tipo di quei giochetti violenti di cui parlava Robertson. Credo che la tratterei come una regina, come una vera moglie…” Larry lasciò il discorso in sospeso, perché il dubbio che più l’assillava era ben lungi dall’essere superato. Il vecchio lo incalzò. “Ma?” “Ma dopo i sei mesi? Quando dovrà essere soppressa, come mi sentirò?” “Fossi in te, mi preoccuperei di più di come si sentirà lei” lo ammonì Gerald. “Sarebbe meno egoista, non credi?” “Robertson mi ha assicurato che neanche se ne renderà conto” si giustificò Larry. “Le SEX-OGP sono programmate per questo: sarà lei stessa, allo scoccare del centottantesimo giorno, a tornare al centro per farsi eliminare. Quell’uomo mi ha spiegato che, anche volendo, non riuscirei a trattenerla.” “Sì” sentenziò l’amico grattandosi, pensieroso, la nuca. “Detto così suona tutto molto semplice. Un po’ troppo, per la verità. Ti dirò che questa storia degli organismi nati e cresciuti in laboratorio non mi ha mai convinto del tutto: vedi, io ho fatto qualche stima approssimativa e secondo me, con i prezzi che praticano, non coprono le spese.” “Gerald, sono una multinazionale, non gli ultimi arrivati. Immagino che sappiano ciò che fanno e che, soprattutto, sappiano far bene i loro conti. Penso ci sia più tecnologia là dentro che in tutti gli altri centri di ricerca del globo messi insieme.” “Da come ti infervori a difenderli, direi che ti stai orientando ad accettare la proposta di Robertson... ” L’osservazione di Gerald suonò più acida di quanto avesse voluto, ma il tono polemico gli era uscito istintivamente, senza che potesse evitarlo. “Non mi sto infervorando” rispose Larry risentito. “Però è vero: sono propenso ad accettare. Se non lo faccio, rischierai di trovarmi nella vasca da bagno con le vene tagliate.” “Impossibile, quella è letteratura” lo schernì l’amico. “Anche perché non ho la tua impronta retinica e non potrei mai entrare qui per trovarti cadavere nella vasca da bagno: OMAR non me lo permetterebbe. Comunque, pensi che tra sei mesi la situazione sarà migliorata? Che farai se dovessi innamorarti della tua schiava?” “Robertson ha detto che quando arriverà il momento, se mai si dovesse verificare una crisi, ci sarà uno psicologo qualificato per assistermi.” Gerald levò gli occhi al cielo e sospirò. Robertson ha detto questo, Robertson ha detto quello... Maledizione, quel figlio di buona donna era un funzionario commerciale o un profeta? Sembrava che Larry prendesse le parole di quell’uomo per oro colato. “A pagamento, naturalmente” commentò sarcastico aggrottando un sopracciglio. “Dubito che alla Foster facciano mai niente per niente. E ti dirò di più: scommetto che, nel caso, la terapia più indicata sarebbe l’acquisto di un altro OGP. Sbaglio?” “Non lo so. Forse” rispose Larry scuotendo il capo come a voler scacciare un pensiero molesto. “Non voglio pensarci, ora. Un altro Scotch?” Il vecchio annuì: ne aveva davvero bisogno. Larry si versò da bere a sua volta, e continuò a farlo anche quando Gerald, dopo avergli augurato la buona notte, se ne fu andato. Quando cadde addormentato, ubriaco fradicio, sul pavimento giacevano due bottiglie vuote che il robot domestico, dietro direttiva di OMAR, si affrettò a far sparire.