Un lago, un bosco, un tranquillo paese di villeggiatura nel nord est degli Stati Uniti: tutto questo offre la piccola città di Oak Mountain, paradiso dei turisti immerso nella pace dei monti. Ma dietro le vetrine dei negozi di souvenir, nascosto dalle caleidoscopiche luci delle case da gioco, si cela un mondo fatto di sordidi drammi familiari, violenza e pensieri inconfessabili, dove nessuno è ciò che sembra e dove le mura di una casa possono diventare una prigione. In bilico tra Eden e Babilonia, ad Oak Mountain è facile scivolare nella follia. Ed il confine tra la pazzia e l'omicidio è molto, molto labile. Quando scende la notte, la foresta si riempie di ombre e qualcuno si mette in caccia. E' un predatore, e le sue prede sono donne. Un battito di cuore, un altro ancora, e la loro vita non ha più valore. Foglie morte, nulla di più, costrette a danzare sulle note d'uno spartito scritto dall'assassino. Il killer è abile ed è difficile fermarlo, ma qualcuno dovrà farlo per forza. Perché se catturarlo non è impresa da poco, sfuggirgli è del tutto impossibile. Prologo Amava la luna. La luna era un occhio pallido senza palpebre che fissava il mondo da un cielo nero. Era lei ad indicargli la strada durante le battute di caccia, quando la preda cercava scampo nel folto del bosco tentando di distinguere i passi del cacciatore dal battito del proprio cuore impazzito. Non era difficile fermare quel cuore. Lo si poteva fare velocemente oppure con estrema lentezza. Lui preferiva la seconda soluzione. Quanto tempo era passato dall’ultima volta? Cinque, sei anni? Forse nessuno ricordava più quei giorni. La gente tendeva a dimenticare in fretta tutto ciò che faceva paura: doveva essere una specie di meccanismo di autodifesa. Era più facile ignorare gli incubi che affrontarli, ma gli incubi tornavano sempre. Bussavano alla porta nel bel mezzo della notte e, quando arrivavano, non se ne andavano più. Fissò una robusta striscia di cuoio ad un gancio nella parete, infilò un bastoncino di legno nell’asola all’estremità opposta e tirò verso di sé. Passò il filo della lama sulla pelle indurita ed ascoltò quella strana musica. Non c’era bisogno di avere studiato al conservatorio per comporre una sinfonia. Avanti e indietro, senza fretta. Un coltello non era poi così diverso dall’archetto di un violino. L’uomo chiuse gli occhi e si abbandonò ai sogni che gli riempivano la mente. Respirò l’aria del lago, satura di umidità. L’odore di acqua stagnante si mischiò a quello pungente dell’olio lubrificante per armi. I fucili andavano accuditi ed amati come bambini, e lui credeva di essere un buon padre. La stagione turistica era cominciata, ed in paese era arrivato un sacco di gente dalla costa. E studenti. Oh, sì: tantissimi studenti in cerca di un lavoro estivo. Le ragazze partivano avvantaggiate e, come ogni anno, si sarebbero accaparrate i posti migliori. I pub di Oak Mountain, dove oltre alla paga si potevano rimediare buone mance, erano sempre stati appannaggio loro. Come sosteneva il vecchio Brad, il proprietario dell’Alce Nera, non c’era niente di meglio che un bel paio di chiappe per convincere i clienti a bere più birra. Non sapeva dargli torto. Brad, del resto, era una miniera di saggezza. Giovani. I giovani erano il sale del mondo. Le spiagge ed i boschi ne sarebbero stati pieni. Sarebbe dovuto passare in chiesa a ringraziare Dio: un bravo cacciatore considerava sempre l’abbondanza di selvaggina come un dono del cielo. I Annabelle si fermò all’inizio della piazza che separava il paese vero e proprio dalla zona del molo. Tra le prime file di case ed il porticciolo nel quale erano ormeggiate le barche dei turisti si estendeva il giardino pubblico, vegliato dalla statua minacciosa di Otis Boone, fondatore di Oak Mountain. Chiazze di luce si aprivano sulle aiuole fiorite filtrando dalle chiome degli alberi ed accendendo la ghiaia di riverberi scintillanti. Il giardino, che qualcuno si ostinava a definire pomposamente “parco”, costituiva una sorta di barriera naturale che tagliava il villaggio in due. Da un lato sorgevano gli alberghi affacciati sul lungolago, intervallati da un interminabile teorema di rimesse che odoravano di vernice fresca e nafta; dall’altro il nucleo originario di Oak Mountain, con gli edifici bassi e antiquati, le strade strette che confluivano nella main street, ed il silenzio discreto che, nei pressi della riva, diventava rapidamente un ricordo. Babilonia e Sion: così il padre di Annabelle definiva rispettivamente la parte litoranea della cittadina e quella più interna. Come classificazione era piuttosto drastica, ma rendeva bene la concezione che gli abitanti di Oak Mountain in generale, ed il vecchio Elias in particolare, avevano della vita e del mondo. I turisti portavano soldi, certo, ma anche e soprattutto il seme del peccato. Elias Broderik lo sapeva bene, e non mancava di farlo notare ai parrocchiani nei sermoni della domenica, allorquando la sua voce stentorea si levava dal pulpito della locale chiesa protestante e, vibrando d’indignazione, ammoniva i concittadini sul preoccupante diffondersi del malcostume e sul fascino perverso che le luci ammiccanti di Babilonia esercitavano sui giovani. Ed Annabelle Broderik era maledettamente giovane. A lei Babilonia piaceva. Dal molo est alla punta estrema del promontorio, sulla riva nord del lago, le vetrine dei locali, dei negozi e delle case da gioco strisciavano languidamente lungo la costa come un serpente dai colori dell’arcobaleno. Di notte la superficie del Cristal Lake rifletteva le luci del litorale moltiplicandole mille e mille volte, e le increspature dell’acqua, rese incandescenti da un caleidoscopio di fuochi d’artificio, sembravano i bagliori di un incendio che stesse consumando l’intera vallata. Talvolta Annabelle si affacciava alla finestra della sua stanza dopo il tramonto del sole e, dall’alto della casa sulla collina, un edificio rigido ed austero come l’adiacente chiesa e come lo stesso padre Broderik, fissava rapita quello strano orizzonte in movimento, la cui voce le giungeva di quando in quando trasportata dal vento che soffiava dal lago. C’erano musica e grida, mescolate al rombo di auto di grossa cilindrata: Babilonia sapeva come farsi ascoltare. Annabelle guardò verso il molo, dove aveva appena attraccato il traghetto di mezzogiorno. Dalla passerella sciamarono sul pontile altre legioni di turisti, che si andavano ad aggiungere a quelle che avevano riempito gli alberghi di Oak Mountain già da diversi giorni. Niente di diverso dal solito: le stesse facce, le stesse ragazze dalle camicie annodate maliziosamente sotto il seno e dai pantaloni a vita bassa, gli stessi pescatori con le costose canne in fibra di carbonio, debitamente smontate ed inguainate nelle relative custodie. Sul volto di tutti si leggeva la stessa voglia di divertirsi. Annabelle provò una fitta di delusione senza sapere perché. Cosa si aspettava? Che dal battello scendesse qualche divo di Hollywood? Oppure l’uomo che l’avrebbe portata via di lì su un cavallo bianco? Lei non viveva in una favola. Ad Oak Mountain non c’era il principe azzurro, ma un sole nero all’ombra del quale sarebbe appassita giorno dopo giorno. Una stella spenta che si chiamava Elias Broderik. Si specchiò nella vetrina dell’emporio per controllare il proprio aspetto. Lo fece d’istinto, quasi volesse misurarsi con le ragazze sbarcate poco prima. Quasi nutrisse la speranza di essere notata da… Già. Da chi, poi? Dal grassone che l’aveva guardata come se lei fosse un manzo alla fera del bestiame e le aveva sorriso con l’aria di chi si credeva il sosia di Brad Pitt? Complimenti, Annabelle… hai fatto colpo! Dovresti esserne lusingata! L’immagine riflessa era quella di una ragazza non troppo alta, ben proporzionata pur senza risultare appariscente. I capelli castani, raccolti in una coda di cavallo sulla nuca, incorniciavano un viso dolce e senza trucco. Una frangia ribelle le ricadeva sulla fronte arrivando a sfiorarle le sopracciglia sottili. Occhi azzurri, che la luce del sole accendeva di bagliori argentei, la fissarono dalla superficie del vetro. Si passò le mani sui fianchi accarezzando le pieghe della gonna che le arrivava alla caviglia. La camicia dal colletto di pizzo, ereditata dalla madre che, a sua volta, l’aveva ricevuta dalla nonna di Annabelle, era disgustosamente anonima e nera. L’abito di una suora sarebbe stato più seducente. Le probabilità di attirare l’attenzione erano una su centomila, grassoni a parte. Eppure, qualcuno che la guardava c’era. Ronnie se ne stava appoggiato alla fiancata della vecchia Chevrolet color panna, un modello del cinquantanove con le pinne sulla coda ed il muso da pescecane, e la stava fissando con quell’aria maliziosa che Annabelle proprio non riusciva a sopportare. In qualche modo Ronnie le ricordava la statua di Otis Boone: lui e la sua Chevy erano una specie di scultura di carne e metallo, plasmata all’alba dei tempi da qualche artista di scarso talento ed abbandonata successivamente sulle rive del Cristal Lake. A qualunque ora del giorno e della notte, lo si poteva sorprendere sempre nella stessa posizione: braccia incrociate sul petto, il peso del corpo sorretto dalla gamba destra, il tallone della sinistra che sfiorava la carrozzeria della Chevrolet. L’occupazione preferita di Ronnie Altman consisteva nel mettersi in mostra nei pressi del molo, probabilmente nella speranza di essere notato da qualche turista o, in mancanza d’altro, da qualcuna delle ragazze di Oak Mountain. Un cervello di gallina imprigionato in un corpo da toro, ecco come si poteva riassumere Ronnie Altman. I capelli biondi, tagliati a spazzola, sottolineavano ancora di più la vacuità degli occhi grigi ed inespressivi, che incutevano un irragionevole timore. In effetti, ad Annabelle quel ragazzo faceva paura, non tanto per il fisico imponente, quanto perché non avrebbe mai saputo indovinare quali pensieri si nascondessero dietro l’impenetrabile cortina di quelle assurde iridi senza vita. A parte quei pensieri, naturalmente. Perché sulle intenzioni di Ronnie nei suoi confronti non nutriva alcun dubbio. E quelle del gruppetto di ragazzi che aveva eletto Ronnie a proprio guru non erano molto diverse. Altman non si separava mai da loro: erano i suoi fedeli cagnolini. Lo adoravano e lo seguivano ciecamente, e non solo quando si trattava di andare a zonzo. Stando a quanto Annabelle sapeva, infatti, le ragazze del liceo che avevano avuto la sventura di portarsi a letto il giovane Altman erano state costrette a darsi da fare anche con gli altri membri del gruppo. Qualcuna non l’aveva presa bene ed era corsa a lamentarsi dallo sceriffo, ma tutto si era risolto in una bolla di sapone. Il padre di Ronnie era un uomo influente, ed il ragazzo se l’era cavata con una semplice tiratina d’orecchie. Ormai la maggior parte delle studentesse di Oak Mountain evitava Ronnie ed i suoi amici come la peste, ma qualcuna che si lasciasse incantare dal fascino della Chevrolet si trovava sempre. Inoltre quella specie di offerta promozionale, prendi uno scopi quattro, ad alcune ragazze non dispiaceva. Non era il suo caso. Per quanto la solitudine le risultasse a volte insopportabile, Annabelle non si sarebbe mai messa con uno come quello e, soprattutto, non avrebbe mai accettato di soggiacere passivamente ai giochetti che Ronnie ed i suoi compagni le avrebbero imposto. S’irrigidì al fischio d’ammirazione che era risuonato all’improvviso. Non era stato Ronnie: probabilmente Matt Blisset, oppure Jordan Connelly. Sì, doveva essere stato Connelly a fischiare: il sorriso idiota che gli era affiorato sotto il naso aquilino non lasciava dubbi. Ad Annabelle, Jordan ricordava un avvoltoio: capelli neri, lisci ed unti, collo innaturalmente lungo, occhi infossati. Era magro come uno stecco e, più che camminare, saltellava goffamente come un uccello. Qualcuno sosteneva che si facesse fiutando benzina. Era odioso, ma separato da Ronnie era completamente innocuo. “Ehi, so… so… sorella A… Annabelle!” la schernì Connelly sforzandosi inutilmente di tenere a freno la balbuzie. La ragazza avvampò di rabbia. La risata di Blisset fece eco alla battuta di Jordan. “Via” ghignò Matt. “Non sta bene prendere in giro una suora: è peccato mortale!” Annabelle strinse i pugni e si morse la lingua per non rispondere alla provocazione. Non era giusto che la trattassero così: il fatto che praticamente non avesse una vita sociale non era una scelta sua. “Dimmi figliola” intervenne Burt Wellington, il quarto del gruppo, rincarando la dose. “Hai avuto cattivi pensieri ultimamente? Sei caduta in tentazione?” Altra risata collettiva. Ronnie, come suo solito e contrariamente agli amici, era rimasto imperturbabile. “Oddio!” strillò Blisset in falsetto. “Peccato, peccato, peccato!” Annabelle si mosse di un passo, ma Jordan fu lesto a tagliarle la strada. Piantò gli occhi acquosi in quelli della ragazza e le sorrise. “Vo… Vogliamo conoscerlo que… questo peccato?” chiese divertito. “Ehi!” chiamò la voce di Altman. Jordan seguì la direzione dello sguardo di Ronnie. Vide la macchina dello sceriffo avvicinarsi lentamente lungo il viale. “Sarà per un’altra volta” masticò a denti stretti, stranamente senza balbettare. Annabelle approfittò di quel provvidenziale diversivo per allontanarsi. Non si voltò indietro, ma riuscì a sentire lo sguardo di Jordan e degli altri su di sé. Accelerò il passo e, non appena voltato l’angolo della main street, si mise a correre. Arrivò a casa e salì le scale in punta di piedi. Evitò di passare dal soggiorno, dove a quell’ora suo padre era solito ritirarsi per studiare le scritture in santa pace. Annabelle non avrebbe saputo sopportare anche lui, dopo Ronnie Altman. Lasciò Elias Broderik alle sue profonde meditazioni, entrò in camera e si chiuse dentro. La stanza ricordava una cella monacale. Le pareti erano bianche e spoglie, senza traccia dei poster che tutte le ragazze della sua età tenevano appesi ai muri o dietro la porta. In casa Broderik gli idoli non erano ammessi, meno che meno quelli del rock. Un cassettone regency, una sedia, un letto dalla testiera in ferro battuto, un armadio a due ante: ecco in cosa consisteva il mondo privato di Annabelle. La sola frivolezza che le era stata concessa era un vaso di gerani sul davanzale della finestra: una notevole conquista, perché Elias Broderik non aveva avuto niente da ridire nonostante il rosso fosse il colore del peccato. Annabelle si gettò sul letto e sprofondò il viso nel cuscino. Ben presto il guanciale fu zuppo di lacrime.