1 Il fuoco accendeva la neve di bagliori dorati. Era un gioco d’ombre irreale, un teatrino improvvisato nel quale la donna faceva da semplice comparsa. Il copertone in fiamme spandeva tutt’intorno un fumo acre e pungente, che saliva lento nell’aria fredda della notte andando a perdersi nel buio. Tutto era silenzio. La strada principale, l’arteria solitamente trafficata che portava a Cremona, era deserta. Elisa lo sapeva: i giorni che precedevano il Natale non erano i migliori per una puttana. Gli uomini preferivano starsene in casa a godersi il calore della famiglia, e non avevano bisogno di cercare sesso o comprensione altrove. Scalciò con rabbia un sasso mandandolo a rotolare nella macchia di cespugli che riparava il viottolo alla vista, ma la cosa non contribuì a calmarla. S’accovacciò accanto al fuoco infagottandosi nella pelliccia di volpe, sotto la quale era praticamente nuda. Si massaggiò le caviglie sottili per alleviare il senso d’intorpidimento dato dalla postura innaturale cui la costringevano i tacchi a spillo: un tormento del tutto inutile, visto l’andamento della serata. Pensò ai pochi soldi guadagnati ed a come avrebbe reagito Carlo: non l’avrebbe ringraziata, questo era certo. Si strinse nelle spalle rassegnandosi a ricevere gli insulti e le botte del suo protettore, il che, dopo essere stata costretta a sopportare tutto quel freddo, le sembrava un’ingiustizia bella e buona. Bella la vita, vero? Pensò sarcasticamente. Si sentì avvampare di rabbia, ma sapeva anche che rimuginare sulla sua esistenza disgraziata non aveva senso: dopo tutto l’aveva scelta lei, e non credeva ci potessero essere alternative. Si passò una mano tra i capelli rossi, troppo rossi per essere veri, e maledì il nevischio che le aveva rovinato la permanente. Qualcosa la mise in allarme. Non sapeva cos’avesse sentito o visto, ma avvertì distintamente una minaccia che il suo io cosciente stentò a focalizzare. Gettò un’occhiata al vialetto che si perdeva nella campagna, ma scorse solo il cielo greve e bianco che andava a congiungersi con la terra, laggiù, da qualche parte. Un rumore secco alle spalle la fece sussultare: un ramo rotto, verosimilmente. Un guardone? Non sarebbe stata la prima volta. Forse un concorrente, uno della banda degli albanesi. No, l’ipotesi non reggeva: loro non arrivavano mai di nascosto. Stridore di gomme, la macchina che si arrestava a pochi centimetri dal falò, uomini che scendevano e picchiavano senza dire una parola; uno sfregio con una lama di rasoio se non si era in giornata particolarmente fortunata. Un biglietto da visita come un altro, ma abbondantemente annunciato. Quei bastardi non si preoccupavano certo di arrivare in punta di piedi, anzi. La mano s’infilò rapidamente nella borsetta ed afferrò la piccola calibro 22. Elisa si rizzò in piedi e lasciò volutamente che il metallo dell’arma scintillasse alla luce. “Ehi, là dietro!” gridò rivolta alla macchia di sempreverdi. “Chiunque tu sia, sappi che non è proprio serata! Bada che so sparare molto bene.” L’unica risposta fu un lieve sussurro di vento. La prostituta restò a lungo in silenzio a fissare il buio ed i tronchi dei gelsi che s’incamminavano in fila indiana nella notte. La pianura dormiva il suo sonno pesante. La donna si sgranchì le gambe passeggiando avanti e indietro e tirando un sospiro di sollievo. Ormai, il suo compagno misterioso doveva essersene andato. Seguì con interesse i fanalini di coda di una macchina che stava rallentando e che sembrò voler accostare all’imbocco della strada sterrata, ma la berlina, una di quelle di lusso, che ti spingono ad azzardare una richiesta di almeno cinquanta euro per la prestazione, accelerò e tirò dritto. Stavolta aveva sentito bene: era un brontolio sordo, qualcosa come un ringhio. Si trattava dunque di un animale? Un cane randagio? Strinse gli occhi per cogliere il minimo segno di movimento, ma non vide nulla. No, non era esatto: c’erano due puntini luminosi dietro gli alberi. Avvertì la presenza del male. Sapeva che c’era e che stava cercando proprio lei. Quella cosa la voleva. Ed aveva fame. La puttana inserì il proiettile in canna e puntò la pistola verso quei due minuscoli fuochi. Armò il percussore preparandosi a sparare. Il respiro le si fece pesante e deglutì un fiotto di paura. “Cristo” mormorò cercando invano un bersaglio. Il ringhio si fece più forte, ma quelle due scintille gialle e maligne erano sparite. Dov’era, dannazione, dov’era? Un rombo le assordò le orecchie: era il pulsare impazzito del suo cuore. Tirò un lembo della pelliccia verso il basso cercando di coprire le cosce in un istintivo gesto di protezione, ma si sentiva nuda e vulnerabile, nelle mani di un invisibile carnefice. “Smettila” si schernì. “Quando una puttana comincia ad avere paura delle ombre, è ora che cambi mestiere.” Cambiare mestiere. Come se fosse facile abbandonare il giro. Sapeva bene che l’unico modo per andarsene era su un carro funebre. Di nuovo quel ringhio. Era un suono minaccioso che evocava terrori sepolti, ed Elisa percepì distintamente una malvagità senza limiti. Si chiese se restare accanto al fuoco fosse una buona idea, ma non seppe darsi risposta. L’animale (sempre che fosse davvero un animale), non sembrava particolarmente spaventato da quel misero falò, e la donna non credeva che fosse stata la luce ad averlo tenuto a distanza fino a quel momento. Guardò la statale: la strada era a poco più di duecento metri e, mettendosi a correre, l’avrebbe raggiunta in meno di un minuto. Maledizione, non poteva neanche chiedere aiuto col cellulare: la batteria del fottuto telefono aveva pensato bene di piantarla in asso proprio quella sera! Strinse più forte la pistola cercando un conforto che l’arma non riuscì a darle; il suo corpo tremò violentemente, ma non per il freddo. Le giunse alle narici un odore strano, selvatico. Era nauseabondo come il tanfo della carne in putrefazione o come, pensò, l’alito mortale di un carnivoro. Istintivamente si mise a correre. Fu una reazione involontaria, la stessa di un’antilope della savana alla vista di un leone. La poltiglia di neve e ghiaia la ostacolava; i tacchi a spillo la facevano incespicare ad ogni passo e fu costretta a sfilarsi le scarpe. La morsa del gelo sui piedi nudi le strappò un gemito di dolore. Si sorprese a pregare un dio che l’aveva abbandonata tanto tempo prima; un dio sordo alle sue suppliche, probabilmente, e che non si curava delle puttane dall’alto del suo paradiso. Percepì, alle spalle, il rumore di una corsa furiosa ed un sollevarsi di spruzzi: quell’essere (perché non poteva trattarsi di un uomo, ormai ne era certa) le era quasi addosso. Valutò la distanza che ancora la separava dai lampioni gialli della statale e capì che non ce l’avrebbe mai fatta. Si fermò. Girò su se stessa puntando la 22 e sparando due volte, ma i proiettili si persero nella campagna senza trovare il bersaglio. Il braccio che reggeva la pistola venne tranciato di netto e roteò nell’aria come un ramo spezzato in balia di un uragano; uno schizzo di sangue dipinse un quadro astratto su un muricciolo di neve, una macchia d’inchiostro nero nel nero della notte. Tutto fu troppo rapido perché Elisa potesse avvertire dolore: “Signore Iddio” riuscì soltanto a dire prima che il buio diventasse solido e le si avventasse contro.